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domenica 24 giugno 2012

Le zecche della crisi e della scuola

Per problemi di indicizzazione web, ho spostato il contenuto.
Vedi il post più recente, cioè quello sopra a questo.

sabato 9 aprile 2011

Unità di che?



Avvia la musica in fondo al post prima di leggere, ti terrà compagnia.
Può sembrare banale ricordare la propria vita, come se si stesse chiedendo un qualche favore a qualcuno. Mio bisnonno (classe 1854) è migrato negli USA (miniere di ferro del Michigan), mio nonno (classe 1881) lo stesso, mio padre (classe 1924) è migrato in Belgio, ed io per un pelo sono rimasto nel sistema Italia facendo l’insegnante e passando per quella ristrettissima finestra aperta, in termini di tempo, che è stato il post ’68 in cui le capacità potevano essere ancora fatte valere. Ma la storia si ripete, mio figlio (classe 1986) se n’è andato a Buenos Aires a studiare teatro e cinema (qui non si poteva entrare in alcuna istituzione degna di questo nome senza la classica spinta).
Si dice che bisogna amare il proprio paese che, in questo caso, dovrebbe essere quello che va dalle Alpi in giù, fino a Lampedusa, cioè l’Italia. Ma io, pur amandolo, non mi sento particolarmente italiano (sono nato in Belgio e ho sposato una francese), nè me ne vergogno affatto, ci sono tante ragioni culturali e umane che mi sostengono. Ovunque vada, mi capita di sentirmi ridacchiare dietro per le vicende italiane, non solo di Berlusconi, ma anche della mafia, e di quanti con essa sono andati a braccetto o hanno scambiato baci con i loro capi. E quante barzellette poi, ho ascoltato sulla storia dell'unità d'Italia dalle elementari in poi, da quelle del Re e di Garibaldi fino a quelle più attuali, passando per le conquiste coloniali! Verità altisonanti e vuote proprio perché artefatte da chi le ha fatte. E in Francia non mi sento meglio quando vedo Monsieur le Président estasiato per la Marsigliese, sapendo cosa hanno fatto a suo tempo in Algeria e Indonesia. Quanta trombonaggine ipocrita! E questo centocinquantesimo mi pare come il centoquarantanovesimo, come il centoquarantottesimo e, forse, sarà come il centocinquantunesimo.
Non mi sento nè italiano nè altro, né di un partito né tanto meno di un sindacato, né soffro di mancanza di identità, e mi sento un pò estraneo ovunque e abbastanza bene dappertutto. Sono un senza terra e, antropologicamente parlando, sono uno senza radici.
Quanto, poi, alla generazione di mio padre, 4 fratelli, in 3 hanno fatto un totale di 16 anni di guerra, uno nel campo di concentramento di Bokum (mi pare presso Francoforte). Io stesso sono nato in un campo di concentramento di Charleroi (Belgio) nel 1953, dove mio padre si vide assegnato un alloggio nel 1952, erano gli alloggi degli italiani, mandati da De Gasperi per un carrello di carbone, che mettevano su famiglia.

Le mie non sono radici di terra, ma d'aria, quell'aria un pò razionale e un pò da sogni, quell'aria che dal '400 si respira nell'occidente, passando per le infatuazioni di una democrazia che promette da due secoli libertà, uguaglianza e fraternità, ma che finora non si è data molto da fare per realizzarle dalle nostre parti, e ancor meno là fuori, dove si colloca un fantomatico terzo mondo. E, tuttavia, sono fortemente ancorato a quel mondo e alla sua cultura, e non riesco a fare comunella con le combriccole che ci sono da tutte le parti, quei furbetti del quartierino, quei compagnucci della parrocchietta che infestano il vivere civile da ogni parte e, soprattutto, in Italia. Aggiungi la classe politica che a chiamarla "sanguisuga" gli si fa un complimento.
Cosa dovrei amare di questo sistema paese? Non lo so proprio, e a 58 anni non me lo chiedo neanche più. Non ho analisi profonde da fare, ma da coltivare la memoria di tanta ingratitudine che ho visto, questo lo faccio, e anche oppormi a tutto ciò lo faccio.

domenica 30 novembre 2008

Un cavaliere stronzo e una sinistra imbecille, con proposta

Se non rompi con Di Pietro, niente dialogo!
E allora la sinistra fa di tutto per misconoscere Di Pietro.
Se poi il cavaliere fosse sul punto di accettare il dialogo, troverebbe un altro neo nella sinistra ... che so ... guarda troppo al conflitto d'interessi.
E allora a sinistra si parlerebbe sì di comflitto ... ma tra generazioni, oppure quello della seconda guerra d'indipendenza.
Se poi, ancora, il cavaliere fosse nuovamente sul punto di dialogare, chiederebbe che, però ... i calzoni dell'opposizione sono troppo alti.
E allora la sinistra se li calerebbe.
E via di seguito.
E la sinistra becca ... come una gallina ...
Ma quale sinistra, quelli sono solo cretini (e mica del tutto però, ci fanno), e per di più in cerca di poltrone (ma ci pensa il re del centro a fregarli), la sinistra non l'hanno mai vista ... e il ruolo di opposizione gli va stretto al "volemose bene".
Se potessi, mi dimetterei da questa classe politica.

Farei una proposta.
Come per la luce, il gas, i telefoni, ecc., è possibile scegliere (si fa per dire) un altro fornitore/gestore, così dovrebbe essere per la classe politica (intendendo quel coacervo di mascalzoni di destra e di sinistra che con protervia ora occupano la scena politica italiana).
Ma questo potrei farlo solo cambiando paese, che so ... la Francia, la Spagna, come hanno fatto da tre generazioni i miei antenati, e pure mio figlio. Però non voglio abbandonare l'Italia, che mi piace più di altri paesi. E poi non mi sento pronto per lasciargli campo libero, dunque, mi tocca essere schiavo e suddito in casa mia dove, pure, il re una volta lo abbiamo accompagnato alla porta. Comprenderete bene quali sentimenti si possano provare ...
Della serie: “Non dite mai ad uno stronzo che è uno stronzo. Potrebbe fare lo stronzo.” (Pierpaolo Pasolini), e aggiungerei, "tanto lo fa lo stesso già ora".

La proposta sembra bislacca, ma per quale ragione posso farmi affogare dalla Coca-Cola, dalla Pepsi-Cola e dalla Nestlè (che lo fanno anche in altri paesi) e non dovrei, qui, nel mio paese, potermi fare governare da un diverso sistema politico o da una diversa classe politica?
Che forse lo Stato attuale è sovrano, condizionato com'è da coca-cola di turno, da C.E.E., da mafie e finanziarie sovranazionali e locali?
E, allora, che male c'è se ci fosse anche un altro sistema politico in concorrenza con quello attuale (ripeto, fatto indifferentemente da destra e da sinistra, come lo conosciamo)?
Magari un sistema politico di piccoli numeri, che amministrasse scuole, ospedali, strade, ecc. in conto proprio e al quale pagare le mie sudate tasse, in concorrenza con quell'altro. Si darebbe un bel calcione nel sedere a tanta gente!!! E si finirebbe finalmente di dire ipocritamente che lo Stato è sovrano sul proprio territorio e sulla propria gente.
Così potrei votare chi realmente poi mi governerà, e non votare uno che poi non mi governerà, e dovrò essere governato, come ora, da politici votati da una massa di cittadini alienati e rincitrulliti dalle promesse televisive del berlusca di turno.

E già ! Perchè se la mia proposta è nata tre righe sopra, ridendo e scherzando, in realtà va dritta-dritta al nocciolo della questione. E cioè: è giusto che quella massa rincitrullita dai vari "L'isola dei famosi" e simili, che conosce poco o niente delle questioni al di là del proprio naso e che, dunque, è strumentalizzabile con qualche promessa imbecille - dicevo - è giusto che quella massa condizioni così malamente la mia vita?
Niente in contrario se così gli va bene, si facciano scorticare pure dall'attuale classe politica. Ma a me lasciatemi scorticare da chi preferisco io (come faccio adesso, che posso scegliermi il medico di fiducia, il panettiere di fiducia, ecc.).
Abbiamo traslato la democrazia greca nel nostro mondo e, per un equivoco senso dell'egualitarismo, abbiamo ammesso tutti al voto, mentre i greci escludevano i cosiddetti "idiotes", cioè coloro che erano alieni da interessi nella gestione della cosa pubblica perché non possidenti.

Si dice che un popolo ha i governanti che si merita. Ma quei governanti io non li voglio a governarmi. Ne vorrei altri. E, allora, perchè non poterli scegliere?
Non saprei come chiamarli, e non vorrei offendere nessuno, ma quegli idiotes oggi sono condizionabili come lo erano al tempo dei greci. "Panem et circenses" diceva Giovenale al tempo dei Romani. E, infatti, oggi cosa gli danno di nutrimento agli didiotes? Pane e divertimenti, appunto.
A meno che ... ma qui ci ha pensato per tempo berlusca e la P2, con l'attuazione del Piano di rinascita democratica (sic!), che si sono impossessati del cervello degli idiotes con la televisione, e sono capaci di far credere loro che scegliere Dell'Utri e simili sia una propria libera scelta, come quella canzone di Luigi Tenco sul Cameriere Antonio in La ballata della moda.

Se il video non si apre, vai alla pagina di YouTube.

A meno che - dicevo - tutti i cittadini possano essere messi in grado di fare scelte conoscendo bene chi scelgono prima di tutto e, insieme, di conoscere quanto più possibile sulle questioni di cui si dibatte.
Altrimenti, e pare la cosa più sensata, non rimangono che due strade:
a) Consentire il voto a chi sa, mediante una specie di patentino per conseguire il quale occorre fare un esame, e negare il voto, o relegarlo solo all'ambito di quartiere, a chi non sa. Un pò come l'accesso attuale all'università, o come il voto a valenza differenziata che esprimono gli stranieri nel nostro paese.
b) Abrogare lo Stato com'è adesso, e sostituirlo con più sistemi amministrativo-politici, come ho detto sopra. E forse, più che di abrogazione, parlerei di riduzione quasi a zero dello Stato, lasciandogli solo la funzione di istituire le regole con cui possano convivere questi nuovi sistemi amministrativo-politici. Al ché si ritornerebbe quasi da capo, poiché risorgerebbe il problema di chi mandare a Roma, e quanti per ogni fazione, a stabilire quelle regole comuni.

Come si vede, la seconda strada è poco praticabile (ve lo immaginate che un pezzo dell'ospedale della mia città cada sotto un sistema amministrativo-politico e un pezzo sotto un altro?), mentre la prima è praticabilissima, senza stravolgere un bel niente. E potrebbe essere articolata in una serie assai semplice di misure, come ad esempio, in ordine di tempo:
1) Concessione della tessera elettorale a chi ha superato l'esame e, periodicamente, sostenga un esame che dimostri il permanere delle condizioni che ne hanno consentito il rilascio. Istituzione dell' Esame di Cittadinanza, in modo che chi non lo abbia superato all'inizio possa superarlo più tardi.
2) Abrogazione dell'istituto della proprietà privata sui mezzi di comunicazione (TV compresa) da estendere almeno a livello europeo (visto che la CEE può condizionarci su tante cose, lo faccia almeno per questa), atteso l'interesse quasi esclusivamente pubblico, come i fiumi o il mare, o almeno frammentazione dell'assetto proprietario (da non raggirare con il sistema delle quote come nelle società per azioni) ad un livello bassissimo, in modo che più soggetti possano fare una propria politica dell'informazione.
3) Potenziamento della funzione culturale della televisione per far conoscere realmente le questioni a tutti, ed eliminazione dei programmi che costituiscono un avvilimento della persona (a livello europeo).
Non ne verrebbe fuori un sistema migliore?

mercoledì 21 maggio 2008

Sulle regole - Contributo alla riflessione per Gherardo Colombo


Il libro di Gherardo Colombo, Sulle Regole, presenta ... (stiamo lavorando per voi)

sabato 10 maggio 2008

Lettera ad un presidente mai nato

Napolitano ha un emisfero cerebrale inerte? Perchè accanto alla critica del terrorismo non si esprime anche sulle stragi? E perchè accanto a queste non esprime sdegno altrettanto forte per i danni causati alla democrazia italiana dal subdolo operare di certe persone?

Qui c'è qualcosa che non va, Presidente!
Danni alle persone e danni alla democrazia sono i risvolti di una stessa medaglia dei quali lei si dovrebbe occupare.

L'operato di tante persone nel periodo cosiddetto Mani Pulite, ed il loro riorganizzarsi in forme giudiziariamente più innocue o più blande ha fatto e continua a fare altrettanti danni che non il terrorismo e le stragi. Eppure la sensibilità di quell'emisfero cerebrale del Presidente pare non esserci. Sembra quasi che tutto passi in una specie di sordina nella quale il savoir faire sia d'obbligo, e poi non c'è un nome ben preciso con il quale etichettare quel fenomeno. Lo si inventi! Ma occorre avere ben chiaro che lasciare al solo giudizio dei tribunali una espressione di colpevolezza o innocenza, o fosse anche di dubbio, per poi dedurne quel che c'è da dedurne, appare una rinuncia della politica. Non parlo della politica come espressione di potere, che è quella che va per la maggiore oggi, ma parlo della politica come servizio alla collettività.

Se uno è sospettato di qualche cosa, perchè i compagni di partito si affrettano tanto a candidarlo? Non potrebbe aspettare, magari saltando il turno, aspettando il giudizio, e ripresentandosi quando tutto è chiarito? Un vantaggio in ciò la democrazia lo conquisterebbe: che almeno i compagni di partito o di governo di quel sospettato si affretterebbero a fare quelle riforme nel campo della giustizia che consentano ai giudici di emettere la sentenza entro un tempo ragionevole.

E invece si rema esattamente al contrario, Presidente! E lei lo sa, non è nuovo del settore. Perchè fa l'indiano? E così, pur di sottrarli alla giustizia, si candidano fior fiore di sospettati, magari in collegi sicuri, sapendo che l'immunità parlamentare li proteggerà, o che almeno potrà rallentare le indagini dei giudici. E se non bastasse, accorciamo i tempi di prescrizione! Così il giudizio va a farsi benedire. Poi si parla di pene certe! Ma per chi? Per coloro che non vengono candidati al parlamento, per coloro che non possono portarsi dietro in parlamento i propri avvocati, esperti proceduralisti sempre pronti all'emendamento salva-mentore.

Che cosa pensare di un capo di governo e di un ministro, come di tanti altri sedicenti onorevoli, anche con cariche di governo, di destra e di sinistra, che hanno le mani così impastate negli affari della Repubblica? Se chi li candida o ne consente la candidatura non ha chiaro che i rappresentanti del popolo devono essere persone di specchiata moralità allora vuol dire che neanche loro lo sono. C'è del tragico in questo comportamento. Del tragico che rivela chiaramente che la politica non è più un servizio. che tanti squattrinati, senza lavoro, senza fissa dimora (ideale), sono all'arrembaggio di un posto di qualsivoglia governo, a cominciare dai comuni e, su su, fino al Parlamento, visto come fattore di promozione patrimoniale.

E se bastasse fare un giro di giostra sarebbe già tanto. Alcuni entrano in parlamento con la cacca al culo (come diceva Louis-Ferdinande Destouches) e ne escono altrettanto con la cacca al culo, quando per l'età così avanzata non riescono più a trattenerla. Una volta alle elementari si lodava la figura di Cincinnato che passato il mandato avuto dal popolo si ritirò al suo onorevolissimo lavoro di contadino. Ma oggi è bene non farci più conto su queste cose, vero Presidente? E allora non meravigliamoci se non si può fare più conto su tante altre cose, come la lealtà verso il Popolo italiano, l'onestà, la laboriosità, la competenza. Se cade la credibilità nei singoli parlamentari, e al giorno d'oggi riguarda un'alta percentuale di essi tanto da ritenere il Parlamento intero un covo di inaffidabili, allora cadono anche altri valori.

Ma della gravità di tutto ciò, lei non sembra avvedersene. E così il danno è immenso e incalcolabile secondo il metro del "puro fatto". E così i giovani se ne vanno alla deriva di un individualismo sempre più marcato, in cerca di ciò che per essi stessi può rappresentare un escamotage utile per il vivere quotidiano, anzichè avere un progetto di vita per il futuro. E quando si dice giovani, non ci si riferisce ai ventenni di oggi, ormai, ma ai ventenni di venti anni fa, quando l'ultima onda lunga del '68, quella dell''86 (ricordate il popolo dei fax?), fu definitivamente sepolta dal craxismo e dalla corruzione eretta a sistema di potere e di governo.

Questi giovani di allora hanno oggi 40 anni, cioè allevano figli con la mentalità del precario a vita, con la mentalità dell'escamotage quotidiano, con le stesse preoccupazioni che mi racconta mio padre (classe 1924) quando, dal 1936 e fino a ben oltre la fine della guerra, la regola alzandosi al mattino era di pensare alla cena per la sera, che più oltre non si riusciva a vedere. Cioè siamo già alla seconda generazione di un sistema che ha coltivato corruzione e precarietà per molti e privilegi per pochi, secondo il detto caro alla borghesia "liberalismo per i poveri e socialismo per i ricchi".

Un intero popolo che non ha una strategia come regola di vita, un intero popolo che oltre a corruzione e precarietà vive anche l'avvilente condizione del telespettatore, ridotto ad idiota (nel senso greco vuol dire senza nessuna importanza e, dunque, che non ha diritto di voto) che fa zapping pensando che quella è la libertà di decidere che sta scritta nella costituzione (... la sovranità appartiene al popolo ...). Un intero popolo che vive anche un'altra condizione di paradossale avvilimento che è quella del consumatore, costretto a consumare dal clima del tempo senza necessità, solo per tenere in piedi il sistema (come le galline dei pollai industriali che beccano il mangime all'accendersi della luce giusta). Einaudi diceva che la straordinaria capacità dei popoli è quella del risparmiatore, cioè di farsi bastare quel che passa il convento e di vedere come impiegare il surplus per migliorare la propria condizione e quella dei figli anzichè dilapidarlo in sciocchezze.

Qui invece siamo affetti dallo strabismo più estremo. Da una parte del cervello, ci dicono i neurologi, coltiviamo gli affetti, che Napolitano ci ricorda essere la patria, la costituzione, la resistenza (quest'ultima non tanto, però), e dall'altro emisfero si coltiva la razionalità, applicata con grande metodica nel distruggere l'umanità e il senso di collettività mediante la ragione delle grandi imprese e del potere finanziario in genere. Alla faccia dell'essere garante di tutti gli Italiani!!!

Presidente, se lo vuole assumere questo compito di ridare la sovranità al popolo?
E non biasimi, poi, se il popolo prenderà a calci in bocca la classe politica (come diceva il suo predecessore Cossiga alla vigilia di Tangentopoli), non solo nelle forme costituzionalmente previste.

Nell'immagine: Berlusconi e Previti in età più giovanile; in basso Previti; a destra Napolitano.

Destra-Sinistra - Il nuovo partito del Veltrusconismo-Berlustronismo

Premessa sulla psicologia delle masse
Le Bon, Freud e altri studiosi di psicologia delle masse ad essi successivi, come ad essi precedenti, concordano sulla distinzione tra folla e massa.
La prima ha il carattere della breve durata, è dominata da sentimenti primitivi, come il più semplice entusiasmo e fino alla violenza e alla ferocia, è incapace di volontà duratura, è conservatrice in senso assoluto, ha un rispetto illimitato per la tradizione, richiede ai propri capi la forza o, addirittura, la brutalità e si pone istintivamente sotto la sua autorità spinta da un interesse estemporaneo, transitorio e viscerale.
La seconda, pur avendo molti dei caratteri della prima, ha più spiccato il senso della lunga durata, per cui talora si organizza in forme associative che possono diventare istituzioni stabili dell’intera società.
Le folle stanno alle masse – secondo Freud – come i marosi brevi ma altissimi stanno alle lunghe ondate del mare grosso.
La differenza tra folla e massa trova soluzione nell’organizzare quel qualcosa che i singoli hanno in comune e, dunque, più rilevanti sono i tratti in comune tanto più spiccato sarà il contagio reciproco, ossia una specie di costrizione di fare ciò che fanno gli altri, per cui la razionalità del singolo viene sostituita da una psiche collettiva.
Una folla disorganizzata – secondo McDougall - “è oltremodo eccitabile, impulsiva, violenta, irresoluta … facile da raggirare e da governare, priva di autocoscienza collettiva, di rispetto di sé, e di senso di responsabilità … così che tende a tutti i misfatti”.
Ad essa si contrappone una massa organizzata consistente nel prodotto di alcuni fattori, tra cui la continuità di esistenza e l’articolazione di talune posizioni assegnate a singoli (i capi) che si succedono, la coscienza che esistono formazioni collettive analoghe con le quali rivaleggiare a causa delle inevitabili diversità, le tradizioni di gruppo e le istituzioni nel frattempo formatesi che rafforzano la continuità.
In pratica, nelle masse in via di organizzazione si tende a ricostruire quelle capacità che erano proprie del singolo prima che fossero ridotte, o addirittura cancellate, dall’iniziale formarsi della psiche collettiva.
Nelle masse organizzate, ciò che tiene insieme i singoli è un doppio legame costituito da quello del capo verso i singoli e viceversa, e quello costituito dai singoli tra loro stessi. Quando crolla il legame tra il capo e il singolo crolla anche il legame tra i singoli stessi.

Considerazioni sulla disfatta
Se questa premessa sintetica può bastare, occorre fare un parallelo tra ciò che vi si dice e la doppia sconfitta elettorale delle sinistre alle recenti elezioni del 13-14 aprile scorso e le elezioni comunali di Roma (il cui ballottaggio è avvenuto il 27-28 aprile). Non è facile attribuire una patente di folla o di massa ad una delle formazioni che si contendevano i consensi elettorali, ma alcune riflessioni paiono necessarie.

Alemanno, ad esempio, ha giocato tutto il clou delle possibilità della destra sulla xenofobia, allettato in questa impresa dalla Lega che vi discorre da sempre, favorito dal rimbalzare sui media prima dell’uccisione violenta di Giovanna Reggiani nell’ottobre 2007 per mano di un romeno clandestino, poi delle violenze sulla studentessa di colore il giorno 17 aprile, cioè in piena campagna di ballottaggio, sempre ad opera di un romeno clandestino (sul fatto sta indagando la magistratura che ha secretato i verbali a causa dei sospetti che gravano sulla vicenda: l’avvocato prontamente nominato dal reo sarebbe Francesco Saverio Pettinari, un principe del Foro, dalla parcella non proprio accessibile ad un clandestino, ed altri sospetti, vedi blog: http://wildgretapolitics.wordpress.com/2008/04/26/la-storta-aggressione-studentessa-molti-dubbi-atti-secretati/#comment-267 ). E, comunque vada la faccenda giudiziaria, rimane questo calcare abnorme della mano di Alemanno sul romeno delinquente, principale argomentazione dei suoi interventi nelle borgate romane.

Su Rutelli, e su Veltroni che lo ha preceduto da sindaco, pesano invece le accuse di essere immischiati nei loschi affari del PRG di Roma, magari non necessariamente per vantaggi diretti e personali ma, in ogni caso, per affari di bottega, i quali servono a mantenersi e a far carriera e, dunque, ... gira gira ma alla fine servono anche per fini personali, come le tangenti riscosse dai partiti, anche se le si chiama contributi elettorali, almeno quando sono superiori a 50 euro (limite che una circolare del Ministero delle finanze fissa per i regali dei professionisti ai propri clienti).

La trasmissione Report di RAI3 del 4 maggio ne ha messo in luce alcuni aspetti ad elezioni ultimate che, tuttavia, girano sui blog da diversi mesi ed anni, quindi ben prima della campagna elettorale. E’ evidente che l’appeal della sinistra di Rutelli non ha avuto alcuna fortuna ed i romani si sono girati dall’altra parte, fatto questo che rappresenta una sorpresa dal momento che al primo scrutinio aveva ben il 5% in più di voti di Alemanno.

Su Veltroni non pare il caso di dilungarmi dal momento che di analisi dell’insuccesso ce ne sono a migliaia sul web e cominciano ad esserci analisi anche sulle riviste politiche della sinistra.
Di fatto, interpretando il tracollo con il senno della nota psicologica di cui sopra, occorre dire che, essendo venuta meno la fiducia nel capo (del PD, in questo caso), non solo da parte dei cittadini incerti, ma anche da tanti della sinistra, si sono dissolti anche i legami di partito, o di area, o di cultura della sinistra che reggevano anche i rapporti tra i singoli e lo si è visto nella corsa all’attribuzione puntigliosa, quanto irrazionale, delle responsabilità, quando sarebbe stata opportuna un’analisi del da farsi anche se accompagnata dalla riflessione delle vicende disastrose appena vissute.

E su questo nervosismo pesa, però, e irrimediabilmente, l’accusa di stantio della dirigenza autonominatasi a capo del PD, Veltroni in testa, e perfino nel governo ombra (... che ha vinto le elezioni ombra, però! ... sic!!!), il tutto reso possibile, e abbondantemente condito a guazzo dal nostro, mediante la porcata di Calderoli.

Una traccia per il futuro (che il PD di Veltroni & C. eviterà con molta cura)
... (stiamo lavorando per voi)

Nell'immagine sopra: quattro elaborazioni che testimoniano il mio amore per il capo (il principale leader dello schieramento a noi avverso, salvo tutti gli altri).
Nell'immagine sotto: Rutelli che centra il bersaglio.

giovedì 8 maggio 2008

Giornale e Mattone

Non è confortante la situazione della speculazione fondiaria ed edilizia di Roma dopo 15 anni di giunte di centro-sinistra, cioè di Rutelli, sindaco dal 1993 al 2003, e di Veltroni, sindaco dal 2003 al 2008. Giunte e governi che vengono da una lunga storia che si era caratterizza per la lotta delle classi meno abbienti contro il potere di pochi soggetti forti e alle quali pure i nostri due sindaci pare si volessero riferire nelle due campagne elettorali appeno concluse, quella politica del 13-14 aprile e quella comunale di Roma. Sorprende il fatto però che, almeno nei media nazionali, il tema del PRG non fosse minimamente trattato, al pari di un tabù di famiglia.

Molti tratti di queste vicende di oggi ricordano la speculazione selvaggia che ci fu negli anni dell'unità d'Italia, e specialmente dal 1860 alla prima guerra mondiale, come riportati con dovizia di notizie e cartine nel libro di Italo Insolera Roma moderna. Un secolo di storia urbanistica, 1870-1970, edito dalla Einaudi, che consiglierei soprattutto ai giovani e, in particolar modo, agli studenti di architettura.

La rete è piena di blog e di forum che trattano la questione e, per avere un'idea, basta inserire in Google o Yahoo il nome di uno dei seguenti costruttori: Caltagirone, Toti, Bonifaci, Armellini, Ligresti, Mezzaroma, Marchini (che poi si spartiscono da soli la quasi totalità delle rendite) ed il nome Morassut, assessore all'urbanistica con Veltroni. Oppure inserire il nome di quest'ultimo e il nome di una delle località di Roma interessate alla speculazione: Bufalotta, Anagnina, Romanina, Acilia, Madonnetta, Tor Pagnotta, Ponte di Nona, Tor Vergata, Fiera di Roma, Appia Antica, ecc.. D'altronde la trasmissione Report di RAI3 del 4 maggio scorso ha illustrato alcune situazioni "delicate" e la si può vedere per intero oppure leggerne il testo integrale nel sito http://www.report.rai.it/ con il titolo I re di Roma.

Se consideriamo anche le notizie riportate da Il Sole-24 Ore, e quanto contenuto nel sito http://praticomondo.myblog.it/archive/2007/07/31/veltroni-si-prende-a-mattonate-l-unita.html , dai quali si associa il salvataggio de L'Unità alla generosità dei fratelli Toti (titolari della Lamaro Appalti) per salvare il giornale dallo sfascio causato dalla montagna di debiti accumulati quando Veltroni ne era direttore, e si sà ... i costruttori non sono proprio dei soggetti caritatevoli, possiamo renderci conto dell'intreccio perverso politica-affari che regna nella capitale da un pò di tempo. E, secondo il detto Capitale corrotta-nazione infetta, si constata che purtroppo tale intreccio esiste anche nelle città di provincia e perfino nei più piccoli comuni di montagna del nostro Paese.
D'altronde ci viene in soccorso di questa tesi dell'intreccio anche un altro detto popolare e cioè che chi ha i soldi comanda o, come ha detto Marx, che la struttura della società è solo quella produttiva, mentre la politica, la religione e la cultura non sono che la sovrastruttura di quella società, non nel senso gerarchico che sta sopra alla struttura, che in un certo qual senso ne orienta le mosse, ma nel senso che è palesemente ininfluente alla struttura stessa e che, anzi, è determinata dalla struttura produttiva e, in questo senso, è ad essa funzionale dal punto di vista del controllo sociale. Poi vi sono le infrastrutture che consentono a quella struttura di funzionare materialmente.
E tutto ciò viene accuratamente nascosto dai politici che vorrebbero far credere che le loro scelte sono maturate nell'ambito dei partiti e delle assemblee con i cittadini, mediante la discussione democratica, mentre sono essi stessi al soldo di chi gli ha dato i fondi per la campagna elettorale. D'altra parte non potremmo credere che un Rutelli, per quanto ricco di suo, o un Veltroni, come anche un La Russa o un Tremonti, beninteso, siano disposti a impiegare i beni personali o di famiglia in una campagna elettorale per sostenere una tesi, che so ... ad esempio la lotta alla speculazione edilizia che sconvolge le nostre città e che è fonte di ambienti degradati e degradanti dai quali nascono il disagio sociale e perfino la delinquenza. Nè potremmo credere che siano sufficienti per quella campagna elettorale gli spiccioli raccolti come donazioni da singoli cittadini alle varie feste di partito.
E i soldi "donati" dai potenti di turno ai partiti o a suoi esponenti sono delle cambiali un pò strane che, nel mentre dovranno essere onorate nel corso del mandato, lo dovranno essere con due zeri appiccicati in fondo, cioè lo dovranno essere moltiplicate per cento volte. E a chi vorrebbe far credere quel costruttore intervistato nella trasmissione di Report citata sopra che lui ha finanziato quasi tutti i partiti per far sviluppare il processo democratico? Ce n'è di ridicolo in certe affermazioni!!!

Se aggiungiamo che alle recenti elezioni comunali di Roma Alemanno ha fatto leva furbescamente sullo spitito delle masse, come lo chiama Le Bon, possiamo capire perchè la sconfitta di Rutelli è stata clamorosa.

(L'immagine è tratta dalla copertina de L'Espresso del 2 maggio 2008)

martedì 22 aprile 2008

Note sulla democrazia (1)

Questo post è stato spostato più volte all'interno del blog.
Il motivo è dovuto alla sempre più forte attualità del suo contenuto, dal momento che contro l'ipocrisia del potere (politico, ma anche delle grandi aziende e della criminalità organizzata in un coacervo difficilmente distinguibile come sostiene il Generale Fabio Mini nel suo libro La guerra dopo la guerra, Einaudi 2003) nulla possono i normali cittadini, nè con la protesta pacifica nè con lo strumento del voto, che si sta rivelando sempre più una farsa o, quanto meno, un rito svuotato di contenuti e, dunque, a maggior ragione, una farsa e una beffa alla ragione umana.


... Infine noi non attacchiamo la democrazia sulla linea che partendo da De Maistre si arram­pica, attraverso Nietzsche, fino a … e agli infiniti altri che fanno cari­co alla liberaldemocrazia della straordinaria de­cadenza, soprattutto morale, della società mo­derna.
Non è la decadenza, morale o meno, che ci interessa qui. Ma la coerenza. Noi crediamo che tutti i sistemi siano più o meno buoni, o che co­munque abbiano la possibilità di reggere, a se­conda che rispettino le premesse e i postulati su cui poggiano o affermano di farlo. Se questa coerenza non c'è, o viene meno, il sistema, pri­ma o poi, crolla. Non perché perda la legittimi­tà - … - ma la credenza nella sua legittimità da par­te di coloro che vi sono sottoposti.
Il féudalesimo ha funzionato discretamente per parecchi secoli, in Europa. I patti erano chiari. I contadi­ni e gli artigiani lavoravano e mantenevano la comunità, i signori, in cambio, avevano però due obblighi precisi: dovevano difendere il ter­ritorio … e amministrare la giustizia nei loro feudi. Quan­do delegano ad altri il mestiere delle armi, lascia­no, di fatto, i loro castelli e si trasferiscono a Ver­sailles a fare, imparruccati, imbellettati e merlet­tati, i bellimbusti, la borghesia li caccerà, giusta­mente, a pedate nel sedere.
Temo che la democrazia sia su questa strada. …
La democrazia rappresentativa, liberale, borghese, insomma la "democrazia reale" come la conosciamo e la vi­viamo, e che è attualmente egemone, non è la democrazia. È una finzione. Una parodia. Un imbroglio. Una frode. Una truffa. Noi la defi­niamo in modo brutale, e in una prima appros­simazione che pecca per difetto (perché, come vedremo, la realtà è persino peggiore): «un mo­do per metterlo nel culo alla gente col suo con­senso». (pag. 29-31)

Secondo la vulgata gli elementi considerati essenziali, e minimali, per l'esistenza della de­mocrazia sono: 1) Il voto deve essere uguale. E’ il concetto che gli anglosassoni esprimono col distico one man, one vote, un uomo un voto. … 2) Il vo­to deve essere libero. Deve cioè essere conse­guenza di una scelta spontanea, consapevole fra opzioni effettivamente diverse. I governanti de­vono avere un reale consenso da parte dei go­vernati. 3) I governati devono essere in grado di esercitare un controllo sull'attività e sulle deci­sioni dei governanti. 4) Questi atti devono esse­re pubblici e trasparenti. 5) Il rispetto di proce­dure predeterminate. 6) L'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. 7) La democrazia, come quasi ogni altro sistema (…), rifiuta la violenza come meto­do di risoluzione dei conflitti politici e privati e la sostituisce, per i primi, con elezioni a suffragio universale e con l’imperio della legge per i secondi. (pag.52-53)

La classe politica de­mocratica è formata da persone che hanno co­me elemento di distinzione unicamente, e tauto­logicamente, quello di fare politica. La loro le­gittimazione è tutta interna al meccanismo poli­tico che le ha prodotte. Sono i professionisti del­la politica, che vivono di politica e sulla politica secondo la lucida e spietata analisi di Max We­ber che scrive «di politica come professione vi­ve chi tende a farne una duratura forma di gua­dagno» …. Poiché non è necessaria alcuna qualità pre­politica la selezione della nomenklatura è auto­referenziale, puramente burocratica, avviene all'interno degli apparati di partito attraverso lot­te oscure, feroci, degradanti, spesso truffaldine. …
Nota Tocqueville: «Nella democrazia i sem­plici cittadini vedono un uomo uscire dalle loro file e giungere in pochi anni alla ricchezza e alla potenza; questo spettacolo suscita la loro sor­presa e la loro invidia, essi ricercano in che mo­do colui che era un loro uguale sia oggi investi­to del diritto di dirigerli». Vediamo e sentia­mo i nostri governanti simili a noi e forse, a tor­to o a ragione, peggiori di noi e li disprezziamo. Sartori scrive che «noi valutiamo gli uomini, ri­fiutiamo di obbedire a chi disprezziamo». La democrazia dimostra che è vero il contrario: si ubbidisce anche a chi si disprezza. E se la cre­denza nella legittimità del sistema democratico può restare sufficientemente alta da tenerlo in piedi, quella delle persone che concretamente lo incarnano è quasi nulla". (pag. 57-58)

(1) - Tratto da: Massimo Fini, Sudditi – Manifesto contro la democrazia, Marsilio, 2004.

mercoledì 16 aprile 2008

La Cina è vicina ... mamma li turchi!

Senza conoscere un solo ideogramma ho fatto qualche saggio nei siti di lingua cinese. Una pagina su due ha la desinenza “gov.cn”: forse indica che sono controllate dal governo? A prima vista si direbbe di si, in quanto i siti militari, ad esempio, sono ad accesso controllato, per cui le immagini raramente vengono fatte vedere in alta definizione, e più spesso sono sostituite dal logo del webmaster.
Quel che stupisce, invece, ma c’era da aspettarselo, è che tutto quanto abbiamo criticato nel nostro occidente sul ruolo destabilizzante della modernità e dei media c’è, pari pari, anche da loro. Pubblicità infarcita di sesso, atteggiamenti esibizionistici, protensione all’io più marcato.
Se si osservano siti non commerciali, invece, viene fuori una civiltà fatta di piccole cose come abiti dimessi, case non belle, anziani e bambini nei loro ambienti domestici essenziali (o per lo meno a noi sembrano essenziali).
Una Cina che guarda ad occidente per tanti aspetti, come non era mai accaduto nella sua storia trimillenaria, una Cina per la quale fino a ieri l’Europa non era che una modesta penisola del continente eurasiatico, come la penisola indiana, come la penisola indocinese, una penisola che si trova ad occidente della congiungente il Mar Baltico con il Mare Adriatico o, se vogliamo essere generosi, della congiungente il Mar Baltico con il Mar Nero. Una Cina che con Mao aveva rivoluzionato il modo di leggere la realtà politica ed economica, con una particolare attenzione al fare e all’essere, e con una forte impronta al “miglioramento continuo”, che i giapponesi venivano chiamando Kaizen, e che in Europa non arrivò che nel 1984. Una Cina che, anche nei visi delle modelle, imita le dive delle passerelle europee, evitando i tratti fortemente cinesi e, ancor più, quelli mongoli.
E così importa modelli di vita che non aveva mai cercato prima di 30 anni fa. Modelli che non hanno radicamento nel paese. E la molla che ha fatto scattare tutto ciò, a me pare doversi cercare nella vanità, vero elemento destabilizzante innestato bruscamente nel sistema di potere civile e religioso, che per loro è la stessa cosa, del confucianesimo, con lo scopo di modernizzare il paese e, specie dopo la morte di Mao, per avviare un’economia capitalistica, anche se a direzione centralizzata.

Certo, la “naturale” sottomissione confuciana del singolo alle gerarchie di villaggio cominciava a pesare, specie dopo la rivoluzione culturale, ma aver soppiantato quel modello con uno che ai più anziani potrebbe sembrare importato direttamente da Marte non sembra foriero di belle cose. E’ vero che solo un terzo della popolazione cinese vive la modernità, ma è sempre una massa pari all’Europa dei 25, cioè mezzo miliardo di anime. E mentre l’Europa è alle prese con la modernità da oltre 2 secoli, ed ha potuto sperimentare qualche dispositivo alleviatore e metabolizzare qualche “effetto collaterale”, la Cina lo è solo da 30 anni. Su una sola generazione cinese si stanno accumulando problemi che l'Europa ha potuto diluire su sette generazioni. E il tutto non è solo questione di numeri o di know-how, ma viene investita la naturale capacità di assorbimento dei cambiamenti da parte delle comunità umane e di tutto il sistema biologico e geologico che ci sta intorno.
Se Spengler potesse aggiungere un capitolo di aggiornamento al suo libro maggiore, su questo boom della Cina, forse direbbe ancora che l’occidente è dappertutto e che il tramonto di questa civiltà è planetario, ma con toni più decisi che nel 1917. Ci sono tutti i segni che l’imminenza di questo tramonto sia da estendersi in ogni angolo della terra: decine e decine di megalopoli abitate da decine di milioni di presunti cittadini che sembrano ancora peggio dei diseredati della terra nell’Inghilterra vittoriana che non gli ordinati abitanti di una polis greca.
Invece di popoli ordinati e coerenti con il proprio territorio dal quale traggono le risorse materiali e spirituali, si hanno parassiti sradicati da ogni cultura e da ogni morale, salvo quella minima di riconoscere nell’altro la pura animalità per tenersene alla larga, come negli stadi attuali che ricordano la sete di sangue dei giochi gladiatori. Grandi popoli, un tempo, oggi dispersi ai quattro angoli del pianeta in cerca di fortuna o, più semplicemente, di un legittimo benessere che nessun paese ospitante potrà dargli. Questo è il processo spirituale ultimo di una civiltà – dice Spengler. Ovviamente la fine non è cronologicamente prevedibile, poiché può dipendere da cause accidentali che possono far evolvere assai bruscamente una situazione che sembrava stabilizzata.
E la valanga di un paese che, misurato con il Pil, cresce del 10-11% all’anno e questo, ormai, da oltre 10 anni, non può che destare qualche perplessità, specie se sommato al +9% del Pil dell’India, e al +4% del Pil del Sud-Est Asiatico (che da solo ha la stessa popolazione ed estensione dell’Europa dei 25). Basti pensare alla recentissima “rivolta del pane” scoppiata in parecchi paesi in tutto il mondo, dalla Thailandia, all’Egitto, dal Bangladesh all’Argentina, dovuta all’impiego delle risorse alimentari per farne combustibile per autotrazione, o come merce di scambio internazionale per ottenere petrolio, che ha fatto alzare i prezzi degli alimenti base anche del 50% in pochi mesi.
Non è il caso di ipotizzare un termine a questo caos, in quanto ci siamo dentro fino al collo, e annaspiamo come dannati in cerca di soluzioni tecnologiche o finanziarie che risolvono solo momentaneamente quel problema, ma che ne innesca altri la cui evidenza a volte viene alla luce non subito ma solo dopo qualche anno o decennio, e che "col senno del poi" diremo che sono peggiori dei mali che allora pretendevano di curare.
Anche le Olimpiadi, un tempo “giochi di capacità fisica e mentale tra persone”, ma che da un secolo sono solo una vetrina delle capacità tecnologiche del paese ospitante, non sembrano aiutare la Cina ad inserirsi tra le nazioni civili, soprattutto per l’ostilità di queste che vedono in quel +11% del Pil, un pericolo, ma prendendo a pretesto la questione tibetana. Ma pensate, se la Cina dovesse interferire nelle rivendicazioni di autonomia della Sardegna, o della Corsica, o dei Paesi Baschi, o dell’Irlanda del Nord, o della Vallonia, tanto per fare qualche esempio in casa nostra, cosa potremmo dire?
Intanto, al termine del 2007 la Cina ha superato gli USA in numero di connessioni internet.

sabato 29 marzo 2008

Stipendi ai politici e polizza di responsabilità

Prendo spunto dalle proposte che in questa ennesima campagna elettorale del 2008 vengono da più parti avanzate in merito alla necessità di ridurre i compensi dei politici.
Il problema è che, mentre l'usciere come il dirigente di una struttura ha un contratto di lavoro in cui sono definite le mansioni e qualcuno gli tira le orecchie se non le svolge, per un sindaco, come per un assessore, il mansionario non c'è come, d'altronde, non c'è nemmeno per il presidente del Consiglio dei ministri, a meno che non si voglia camuffare il programma elettorale con cui è stato eletto per una specie di bibbia del da farsi.
Se uno mi dice che è il più bravo della categoria (leggi: candidati a sindaco o altra carica) e farà "questo e quello" e io, per fiducia personale, per credibilità delle proposte, o semplicemente per ignoranza degli argomenti che propone, gli do il voto, dovrebbe pur esserci un sistema, al termine del mandato, o strada facendo (che sarebbe meglio), per verificare la coerenza tra il detto e il fatto, come avviene nei "sistemi qualità aziendali".
Ad oggi questo sistema di controllo dell'operato di un sindaco non c'è, per cui il candidato può fare qualunque promessa agli elettori, beninteso, purché sia un pò credibile, se no l'opposizione (e i giornali, si spera, se non sono "addomesticati") ci ride sopra.

Si potrebbe "pagare" un sindaco anche un milione di euro l'anno (per un comune di 100 mila abitanti) se una verifica coerente del suo mandato dicesse che ha realizzato quanto promesso ma, in caso contrario, dovrebbe essere il sindaco fallace a rimborsare alla comunità lo stipendio percepito. Anzi, direi che, proprio per il fatto che il candidato mi ha promesso una certa quantità di cose che a me sembravano necessarie per cui gli ho dato il voto, se al termine del mandato quelle cose non le ha fatte, o le ha fatte male, o ne ha fatte che non servivano, il sindaco dovrebbe non solo restituire gli stipendi percepiti ma dovrebbe pagare per i danni che ha arrecato alla comunità. Quindi non già un semplice zero a zero, palla al centro ma come un vero e proprio autogol.

Due sistemi politici ritenuti democratici
Spesso noi lodiamo due sistemi politici che la storia ci ha tramandato come più alte espressioni di potere del popolo, e cioè la democrazia greca e il comune medievale, e li portiamo a sostegno delle nostre tesi democratiche, ma ci dimentichiamo delle loro particolarità.
Nella democrazia greca, il potere decisionale era assembleare, e non era affatto esteso a tutti i cittadini, ma solo agli uomini liberi maschi (e non agli schiavi, che non erano considerati cittadini) e non tutti poiché tra questi venivano esclusi i nullatenenti (gli analfabeti non esistevano ancora in quella società in cui lo scrivere non era pratica corrente nemmeno tra i filosofi). E la ragione era semplice: chi non ha proprietà da amministrare non conosce le questioni che si dovranno trattare nell’assemblea per cui è necessario che se ne stiano a casa poiché potrebbero influenzare negativamente le decisioni dal momento che a loro non costa niente appoggiare una decisione oppure un’altra e quindi il loro voto potrebbe essere “comprato” facilmente da qualche membro dell’assemblea a sostegno dei propri interessi. Alla fine di questo processo di esclusione rimaneva nell’assemblea solo un 10% scarso dei membri della comunità (che non erano certo lavoratori) per decidere, tutto sommato, di poche e limitate questioni.
Nel comune medievale il potere decisionale avveniva in una assemblea simile a quella greca, ma venivano ammessi anche i titolari di bottega, e cioè gli artigiani, mentre ne erano ancora esclusi i commercianti, che all’epoca erano numericamente pochi, e genericamente mal visti dalla popolazione e dalle autorità. Per di più il podestà, equivalente al sindaco di oggi, veniva scelto tra persone di fiducia con una riconosciuta capacità amministrativa, al quale veniva chiesto di depositare una cauzione rilevante prima di assumere il mandato, al termine del quale, se le cose erano andate bene, gli veniva restituita raddoppiata, altrimenti la cauzione veniva trattenuta dalla comunità a titolo di rimborso dei danni, mentre se questi erano stati ingenti si arrivava perfino all’incarceramento o alla esecuzione capitale, e perfino al linciaggio da parte del popolo infuriato.
In sostanza, la democrazia greca era fondata sul fatto che i membri chiamati a decidere conoscessero i problemi da trattare, mentre nel comune medievale si introdusse un sistema di controllo dell’operato della più alta carica locale, permanendo in entrambi i sistemi una partecipazione limitata ad una piccola frazione della popolazione, cosa ancora in uso all’atto della fondazione della cosiddetta democrazia più grande del mondo, cioè gli Stadi Uniti d’America, dove un pugno di avvocati decise per qualche decina di milioni di abitanti.

Oggi
La democrazia greca fiorì nel IV secolo avanti Cristo e il comune medievale nel XIII secolo, mentre oggi, a distanza di 700 anni, la situazione è cambiata e, tuttavia, si pretende di richiamarsi ad essi.
Oggi, infatti, la partecipazione al voto è stata estesa a tutti i cittadini maggiorenni, e la fiducia dei cittadini viene data non su una reale competenza negli argomenti proposti dal programma elettorale del sindaco, poiché almeno i due terzi dei cittadini sono intenti nella loro vita ad occuparsi di altro, come il produrre un reddito, allevare i figli, e altre incombenze quotidiane, e a questi non si può imputare la mancanza di partecipazione. Se già Platone lamentava l’annacquamento del contenuto delle decisioni, definendo la democrazia “il potere dei peggiori”, oggi, con l’estensione del voto la cosa è peggiorata molto. Per il controllo sull’operato del sindaco, certo, non è il caso di applicare i metodi estremi della società comunale, ma qualcosa di simile dovrebbe studiarsi.

Ad esempio, perché il sindaco non è chiamato a rifondere i danni causati dal suo operato, in analogia a quanto viene chiesto ai professionisti che sono tenuti a stipulare una polizza di assicurazione che copra i danni arrecati al cliente in caso di cattiva prestazione professionale?
E’ anche vero che oggi non c’è solo l’opposizione politica (quando c’è, e quando non si inventano “inciuci” o “larghe intese”) a controllare l’operato degli eletti, ma ci sono pure i gionali, le associazioni di cittadini e i comitati spontanei, ma la fatica che fanno questi generalmente si rivela assai vana proprio in mancanza di un “codice etico” di comportamento condiviso e concordato in anticipo e, se possibile, tradotto in norme di legge, mediante il quale la partecipazione possa essere effettiva e non fittizia come oggi.
E qui si apre un discorso tutto incentrato sulla autoreferenzialità della politica rispetto alle forze sociali che sarebbe lungo sintetizzare in poche righe.

Rimane, tuttavia, la considerazione che la democrazia, intesa come sistema di potere, non è riuscita (come pure osservava il sociologo Max Weber un secolo fa), nonostante oltre due secoli di rodaggio fino ad oggi, e cioè dal tempo della rivoluzione francese, a mantenere le promesse essenziali cui tutti i candidati ad una qualsiasi carica di governo si rifanno, ovvero l’uguaglianza, le pari opportunità di miglioramento di vita, la riduzione della povertà e via di seguito.