martedì 27 maggio 2008

La cultura del manganello - La Sapienza, Roma 26-5-08

Dopo la "politica del manganello" si sentiva la mancanza della "cultura del manganello". Il guttalax? Roba da giovincelli. A quando l'olio di ricino?

lunedì 26 maggio 2008

I rifiuti del manganello - Chiaiano (NA), 24-5-08

La polizia al servizio del cittadino, recitava una pubblicità televisiva.
Nella pubblicità! Solo nella pubblicità! Poi qualche spacciatore lo acchiappano pure, ma i trafficanti ... e i bidonatori tipo Parmalat ... e i banchieri d'assalto ...
Adesso, caro Bassolino, che hai chiamato in aiuto il destro governo, Berlusconi ti manda saluti.
Queste mazzate aspettano una contropartita.

(vedi il video "Dalle Ecoballe alle Ecomazzate")
(vedi il video Campania. J'accuse, con foto, una canzone di Fabrizio De Andrè e un'intervista a Indro Montanelli degli anni 1995-96)

Nella foto: il Presidente del Consiglio dei Ministri On. Cav. Silvio Berlusconi.

domenica 25 maggio 2008

La giustizia del manganello - Pigneto, Roma 23-5-08

Picchiatori - Il nuovo stile (un pò vecchiotto però)

Roma, raid neonazista
(24 maggio 2008)
E' accaduto nel quartiere multietnico del Pigneto. Un gruppo di giovani armati ha danneggiato negozi e pestato un barista del Bangladesh. Simona Zappulla, cronista dell'Agi, si trovava per caso nella zona. Ecco il suo racconto a Radio Capital.

Le immagini di Repubblica.it, l'articolo con la dichiarazione di Alemanno ed i commenti dei lettori. Sembra un facsimile dell'aggressione del 19 aprile scorso al circolo Mario Mieli di Roma, o di quella del 25 aprile in piena campagna elettorale di Roma per il ballottaggio, o di alcune anche in altre città.

Chi ha lanciato il sasso e nascosto la mano?

Tranquilli ragazzi! Il fascismo è cosa vecchia: non c'è più - parola di Fini. E poi siamo garantiti: anche Alemanno dice: Punire i responsabili in modo esemplare.

E' la storia che si ripete? Ma no! ... qui è tutto diverso ... mica se la prendono con gli ebrei! Tanto ormai sono camerati anche loro (verso i palestinesi), anzi, pure di più dei fascisti del Ventennio. Parlo dei governi, naturalmente. Ai palestinesi non li mettono al forno, ma gli tolgono l'acqua potabile e, per evitare che bevano gratis, gli bombardano i pozzi e le cisterne che stanno sui residui territori palestinesi. Un pò come i romani facevano agli etruschi: gli avvelenavano i pozzi gettandoci dentro una carcassa di pecora morta e in putrefazione.

P.S. - Una domanda impertinente, anzi, due: 1) chi era quel tale, di età avanzata rispetto agli imberbi picchiatori, che comandava il gruppo dando ordini dai marciapiedi di Pigneto (secondo le testimonianze dei presenti)? 2) E perchè il 113, chiamato proprio all'inizio dell'aggressione, come riferiscono i testimoni sulla stampa, pare non abbia dato segni di vita?

Se c'è da trarre una conclusione (parziale ... si sa) da indirizzare alla destra è che è meglio non soffiare su questi fuochi, nè fare doppi giochi, altrimenti la maschera del "fascista sdoganato" cadrà presto. Non pare, infatti, così casuale la vittoria delle destre alle due elezioni recenti (nazionali e romane) ed il risorgere di fenomeni di intolleranza politica ed etnica. Che siano camerati che sbagliano?

Un invito ai blogger che ne avessero voglia e tempo: raccogliere in un sito tutti gli episodi di aggressione di tipo politico e xenofobo, di qualunque colore, apparsi sul web.

Il gruppo di foto in alto è tratto da Repubblica.it. Sotto: una vignetta che illustra la complessità della situazione.

mercoledì 21 maggio 2008

Sulle regole - Contributo alla riflessione per Gherardo Colombo


Il libro di Gherardo Colombo, Sulle Regole, presenta ... (stiamo lavorando per voi)

domenica 18 maggio 2008

Totonno, Rosetta ... e ò Malafemmeno

Bassolino: L'unica possibilità che abbiamo è legata alla collaborazione con il governo.
Si deve far nascere un partito trasversale del sì, che finora è stato più debole di quello del no.
Io mi muoverò in questo schema di collaborazione e lealtà.
Sono fiducioso che il governo farà lo stesso, neanche a Berlusconi interessa una destabilizzazione della situazione a Napoli.

Intanto nel fine settimana in Campania e a Napoli sono continuate le proteste da parte dei cittadini contro l'emergenza rifiuti. Solo stanotte sono stati 120 in tutta la Campania - di cui un centinaio a Napoli - gli interventi dei vigili del fuoco chiamati a spegnere roghi di cumuli di spazzatura.

Qui l'inciucio sarà totale: Bassolino, monnezza, camorra, Berlusca, appalti. I napoletani saranno strangolati del tutto, si beccheranno discariche e inceneritori e i rifiuti staranno per strada ancora per 10 anni.

Intanto le conseguenze sulla salute sono imprevedibili per la paurosa miscela di inquinanti cui sono sottoposti i cittadini e tutto l'ambiente in generale.

In alto: la rielaborazione di un manifesto affisso per le vie di Napoli.
In basso: ironia della sorte in un manifesto pubblicitario di Napoli.

venerdì 16 maggio 2008

Uolterloo e l'arte della guerra

Offri al nemico un’esca per attirarlo; fingi disordine fra le truppe, e colpiscilo.
(è quel che ha fatto e farà Berlusca del nostro, impallinando tutti con l'esca delle riforme istituzionali, come ha fatto fin dal suo primo governo e, giù giù, anche con i governi del centro-sinistra; riforme che non interessano un fico secco agli italiani, ma che sviano l'attenzione dai problemi veri della politica e dell'economia, come faceva Craxi che puntava il dito sul nemico PCI per nascondere la corruzione generalizzata del sistema sotto la sua gestione)

In genere per le operazioni belliche sono necessari un migliaio di carri da guerra veloci tirati da quattro cavalli, un migliaio di carri trasporto coperti e centomila soldati.
(qui c'era solo un pullman e nessun soldato, solo generali a migliaia, e tutti famelici del bottino di guerra, come Mussolini quando si accodò a Hitler in Africa, poi in Russia, ecc., e poi c'è rimasto secco il 25 aprile)

Dove si trova un esercito, i prezzi salgono. Dove i prezzi salgono, la ricchezza del popolo si esaurisce. Quando la ricchezza si è esaurita i contadini troveranno insopportabile la pressione fiscale.
(un esercito di soli generali non combatte nè guerre nè battaglie ma costa caro lo stesso)

Lànciati sul nemico con ardore.
(il nostro ... è così buono ... e poi vorrei vedere chi oserebbe prendersela con un pensionato! e con un bambino? ... men che meno! ... figuriamoci con un bambino pensionato ... e che vuole la nutella! Vedremo se quando ha fatto avrà le mani sporche di cioccolata!)

Il generale esperto attacca la strategia del meno esperto. Questa è la prima cosa da fare. La seconda cosa da fare, è spezzare le alleanze del nemico.
(niente lotta per il conflitto di interessi, niente liberalizzazione delle frequenze radiotelevisive, niente riforma della giustizia, niente di niente. Questo è il problema! E invece dall'altra parte sono riusciti a dividere quanto Prodi aveva tenuto insieme)

Quando sei inferiore in tutto, se puoi ritirati.
(manco a pensarlo! ... e il nostro continua pure peggio!)

Se l’esercito è disunito e confuso, i sovrani vicini avranno terreno facile per creare turbamenti. Questo è il senso detto: “Un esercito indisciplinato ne conduce alla vittoria un altro”.
(pensava di farcela senza l'Arcobaleno e se ne è diviso, come se non fossimo nel maggioritario, così si ritrova senza sponde, anzi, l'unica sponda è proprio il "principale leader dello schieramento avverso" che lo inghiottirà come un buco nero inghiotte una cometa, facendolo sparire del tutto)

La strategia è l'arte di pensare prima della guerra, la tattica è l'arte di pensare durante la battaglia.
(avrà pensato, poi ... a qualcosa?)

...
(leggete il resto di: Sun Tzu*, L'arte della guerra in http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/tao/suntzu.pdf e fate pure confronti) Quei principi sono applicati anche dalle scuole di management.

(*) Sun Tzu, generale cinese, visse tra il VI e il V secolo a.C., contemporaneo di Confucio, di Buddha e di Talete, mentre a Roma era re Tarquinio il Superbo, che assassinò il suo predecessore e che poi venne rovesciato e cacciato dalla città morendo in esilio nel 495 a.C..
Allora Roma governava solo entro i confini dei colli romani, più o meno l'estensione della sua cultura politica di oggi, specie con Uolter. Ma già si muoveva per la conquista della penisola, come Uolter appunto, ma i celti di oggi non ci sono mica cascati.

Non sottovalutate il nostro, però. E' riuscito a demolire (ma lo era da prima per conto suo ... con calibri come Bertinotti, Pecoraro e Diliberto, e non ci volle molto) la sinistra alternativa, l'arcobaleno e a farsi terra bruciata dietro, anche se qualche transuga tronbato dagli elettori lo imbarcherà di sicuro.
Oggi è al tavolo con l'innominabile principale leader dello schieramento a noi avverso, sul quale gravita pesantemente, come le comete che spariscono nei buchi neri.
Sta battendo i pugni sul tavolo? (e quali pugni ha ...!?) Sta pranzando (leggi: poltrone) con il principale? Di fatto, con l'aiuto della porcata di Calderoli, con la spallata degli elettori, e con la sua autonomina, si è eretto a contraltare della destra, tacitando un terzo della sinistra, con la quale sarebbe potuto venire a più miti consigli invece di fare il superbo come il Tarquinio. Verrà mandato in esilio?

E che importa, il pranzo, la cena e la colazione gliela pagheremo noi con i 5216 euro al mese di pensione da parlamentare a 52 anni, e almeno per altri 50 anni, tanto il fisico non ce l'ha proprio usurato (la mente pare di si), come quell'altro migliorista dei tempi andati che gode ottima salute alla sua venerabile età sul colle quirinale dove, evidentemente, l'aria è più salubre che nelle borgate e favorisce la diuresi delle esternazioni quotidiane a base di imbonimento.

Lavorate, gente, lavorate! (ci sono anch'io) ... che questi si mangeranno pure il ciborio, non solo l'ostia!
Bah!!! Ai posteri ...

sabato 10 maggio 2008

Lettera ad un presidente mai nato

Napolitano ha un emisfero cerebrale inerte? Perchè accanto alla critica del terrorismo non si esprime anche sulle stragi? E perchè accanto a queste non esprime sdegno altrettanto forte per i danni causati alla democrazia italiana dal subdolo operare di certe persone?

Qui c'è qualcosa che non va, Presidente!
Danni alle persone e danni alla democrazia sono i risvolti di una stessa medaglia dei quali lei si dovrebbe occupare.

L'operato di tante persone nel periodo cosiddetto Mani Pulite, ed il loro riorganizzarsi in forme giudiziariamente più innocue o più blande ha fatto e continua a fare altrettanti danni che non il terrorismo e le stragi. Eppure la sensibilità di quell'emisfero cerebrale del Presidente pare non esserci. Sembra quasi che tutto passi in una specie di sordina nella quale il savoir faire sia d'obbligo, e poi non c'è un nome ben preciso con il quale etichettare quel fenomeno. Lo si inventi! Ma occorre avere ben chiaro che lasciare al solo giudizio dei tribunali una espressione di colpevolezza o innocenza, o fosse anche di dubbio, per poi dedurne quel che c'è da dedurne, appare una rinuncia della politica. Non parlo della politica come espressione di potere, che è quella che va per la maggiore oggi, ma parlo della politica come servizio alla collettività.

Se uno è sospettato di qualche cosa, perchè i compagni di partito si affrettano tanto a candidarlo? Non potrebbe aspettare, magari saltando il turno, aspettando il giudizio, e ripresentandosi quando tutto è chiarito? Un vantaggio in ciò la democrazia lo conquisterebbe: che almeno i compagni di partito o di governo di quel sospettato si affretterebbero a fare quelle riforme nel campo della giustizia che consentano ai giudici di emettere la sentenza entro un tempo ragionevole.

E invece si rema esattamente al contrario, Presidente! E lei lo sa, non è nuovo del settore. Perchè fa l'indiano? E così, pur di sottrarli alla giustizia, si candidano fior fiore di sospettati, magari in collegi sicuri, sapendo che l'immunità parlamentare li proteggerà, o che almeno potrà rallentare le indagini dei giudici. E se non bastasse, accorciamo i tempi di prescrizione! Così il giudizio va a farsi benedire. Poi si parla di pene certe! Ma per chi? Per coloro che non vengono candidati al parlamento, per coloro che non possono portarsi dietro in parlamento i propri avvocati, esperti proceduralisti sempre pronti all'emendamento salva-mentore.

Che cosa pensare di un capo di governo e di un ministro, come di tanti altri sedicenti onorevoli, anche con cariche di governo, di destra e di sinistra, che hanno le mani così impastate negli affari della Repubblica? Se chi li candida o ne consente la candidatura non ha chiaro che i rappresentanti del popolo devono essere persone di specchiata moralità allora vuol dire che neanche loro lo sono. C'è del tragico in questo comportamento. Del tragico che rivela chiaramente che la politica non è più un servizio. che tanti squattrinati, senza lavoro, senza fissa dimora (ideale), sono all'arrembaggio di un posto di qualsivoglia governo, a cominciare dai comuni e, su su, fino al Parlamento, visto come fattore di promozione patrimoniale.

E se bastasse fare un giro di giostra sarebbe già tanto. Alcuni entrano in parlamento con la cacca al culo (come diceva Louis-Ferdinande Destouches) e ne escono altrettanto con la cacca al culo, quando per l'età così avanzata non riescono più a trattenerla. Una volta alle elementari si lodava la figura di Cincinnato che passato il mandato avuto dal popolo si ritirò al suo onorevolissimo lavoro di contadino. Ma oggi è bene non farci più conto su queste cose, vero Presidente? E allora non meravigliamoci se non si può fare più conto su tante altre cose, come la lealtà verso il Popolo italiano, l'onestà, la laboriosità, la competenza. Se cade la credibilità nei singoli parlamentari, e al giorno d'oggi riguarda un'alta percentuale di essi tanto da ritenere il Parlamento intero un covo di inaffidabili, allora cadono anche altri valori.

Ma della gravità di tutto ciò, lei non sembra avvedersene. E così il danno è immenso e incalcolabile secondo il metro del "puro fatto". E così i giovani se ne vanno alla deriva di un individualismo sempre più marcato, in cerca di ciò che per essi stessi può rappresentare un escamotage utile per il vivere quotidiano, anzichè avere un progetto di vita per il futuro. E quando si dice giovani, non ci si riferisce ai ventenni di oggi, ormai, ma ai ventenni di venti anni fa, quando l'ultima onda lunga del '68, quella dell''86 (ricordate il popolo dei fax?), fu definitivamente sepolta dal craxismo e dalla corruzione eretta a sistema di potere e di governo.

Questi giovani di allora hanno oggi 40 anni, cioè allevano figli con la mentalità del precario a vita, con la mentalità dell'escamotage quotidiano, con le stesse preoccupazioni che mi racconta mio padre (classe 1924) quando, dal 1936 e fino a ben oltre la fine della guerra, la regola alzandosi al mattino era di pensare alla cena per la sera, che più oltre non si riusciva a vedere. Cioè siamo già alla seconda generazione di un sistema che ha coltivato corruzione e precarietà per molti e privilegi per pochi, secondo il detto caro alla borghesia "liberalismo per i poveri e socialismo per i ricchi".

Un intero popolo che non ha una strategia come regola di vita, un intero popolo che oltre a corruzione e precarietà vive anche l'avvilente condizione del telespettatore, ridotto ad idiota (nel senso greco vuol dire senza nessuna importanza e, dunque, che non ha diritto di voto) che fa zapping pensando che quella è la libertà di decidere che sta scritta nella costituzione (... la sovranità appartiene al popolo ...). Un intero popolo che vive anche un'altra condizione di paradossale avvilimento che è quella del consumatore, costretto a consumare dal clima del tempo senza necessità, solo per tenere in piedi il sistema (come le galline dei pollai industriali che beccano il mangime all'accendersi della luce giusta). Einaudi diceva che la straordinaria capacità dei popoli è quella del risparmiatore, cioè di farsi bastare quel che passa il convento e di vedere come impiegare il surplus per migliorare la propria condizione e quella dei figli anzichè dilapidarlo in sciocchezze.

Qui invece siamo affetti dallo strabismo più estremo. Da una parte del cervello, ci dicono i neurologi, coltiviamo gli affetti, che Napolitano ci ricorda essere la patria, la costituzione, la resistenza (quest'ultima non tanto, però), e dall'altro emisfero si coltiva la razionalità, applicata con grande metodica nel distruggere l'umanità e il senso di collettività mediante la ragione delle grandi imprese e del potere finanziario in genere. Alla faccia dell'essere garante di tutti gli Italiani!!!

Presidente, se lo vuole assumere questo compito di ridare la sovranità al popolo?
E non biasimi, poi, se il popolo prenderà a calci in bocca la classe politica (come diceva il suo predecessore Cossiga alla vigilia di Tangentopoli), non solo nelle forme costituzionalmente previste.

Nell'immagine: Berlusconi e Previti in età più giovanile; in basso Previti; a destra Napolitano.

Destra-Sinistra - Il nuovo partito del Veltrusconismo-Berlustronismo

Premessa sulla psicologia delle masse
Le Bon, Freud e altri studiosi di psicologia delle masse ad essi successivi, come ad essi precedenti, concordano sulla distinzione tra folla e massa.
La prima ha il carattere della breve durata, è dominata da sentimenti primitivi, come il più semplice entusiasmo e fino alla violenza e alla ferocia, è incapace di volontà duratura, è conservatrice in senso assoluto, ha un rispetto illimitato per la tradizione, richiede ai propri capi la forza o, addirittura, la brutalità e si pone istintivamente sotto la sua autorità spinta da un interesse estemporaneo, transitorio e viscerale.
La seconda, pur avendo molti dei caratteri della prima, ha più spiccato il senso della lunga durata, per cui talora si organizza in forme associative che possono diventare istituzioni stabili dell’intera società.
Le folle stanno alle masse – secondo Freud – come i marosi brevi ma altissimi stanno alle lunghe ondate del mare grosso.
La differenza tra folla e massa trova soluzione nell’organizzare quel qualcosa che i singoli hanno in comune e, dunque, più rilevanti sono i tratti in comune tanto più spiccato sarà il contagio reciproco, ossia una specie di costrizione di fare ciò che fanno gli altri, per cui la razionalità del singolo viene sostituita da una psiche collettiva.
Una folla disorganizzata – secondo McDougall - “è oltremodo eccitabile, impulsiva, violenta, irresoluta … facile da raggirare e da governare, priva di autocoscienza collettiva, di rispetto di sé, e di senso di responsabilità … così che tende a tutti i misfatti”.
Ad essa si contrappone una massa organizzata consistente nel prodotto di alcuni fattori, tra cui la continuità di esistenza e l’articolazione di talune posizioni assegnate a singoli (i capi) che si succedono, la coscienza che esistono formazioni collettive analoghe con le quali rivaleggiare a causa delle inevitabili diversità, le tradizioni di gruppo e le istituzioni nel frattempo formatesi che rafforzano la continuità.
In pratica, nelle masse in via di organizzazione si tende a ricostruire quelle capacità che erano proprie del singolo prima che fossero ridotte, o addirittura cancellate, dall’iniziale formarsi della psiche collettiva.
Nelle masse organizzate, ciò che tiene insieme i singoli è un doppio legame costituito da quello del capo verso i singoli e viceversa, e quello costituito dai singoli tra loro stessi. Quando crolla il legame tra il capo e il singolo crolla anche il legame tra i singoli stessi.

Considerazioni sulla disfatta
Se questa premessa sintetica può bastare, occorre fare un parallelo tra ciò che vi si dice e la doppia sconfitta elettorale delle sinistre alle recenti elezioni del 13-14 aprile scorso e le elezioni comunali di Roma (il cui ballottaggio è avvenuto il 27-28 aprile). Non è facile attribuire una patente di folla o di massa ad una delle formazioni che si contendevano i consensi elettorali, ma alcune riflessioni paiono necessarie.

Alemanno, ad esempio, ha giocato tutto il clou delle possibilità della destra sulla xenofobia, allettato in questa impresa dalla Lega che vi discorre da sempre, favorito dal rimbalzare sui media prima dell’uccisione violenta di Giovanna Reggiani nell’ottobre 2007 per mano di un romeno clandestino, poi delle violenze sulla studentessa di colore il giorno 17 aprile, cioè in piena campagna di ballottaggio, sempre ad opera di un romeno clandestino (sul fatto sta indagando la magistratura che ha secretato i verbali a causa dei sospetti che gravano sulla vicenda: l’avvocato prontamente nominato dal reo sarebbe Francesco Saverio Pettinari, un principe del Foro, dalla parcella non proprio accessibile ad un clandestino, ed altri sospetti, vedi blog: http://wildgretapolitics.wordpress.com/2008/04/26/la-storta-aggressione-studentessa-molti-dubbi-atti-secretati/#comment-267 ). E, comunque vada la faccenda giudiziaria, rimane questo calcare abnorme della mano di Alemanno sul romeno delinquente, principale argomentazione dei suoi interventi nelle borgate romane.

Su Rutelli, e su Veltroni che lo ha preceduto da sindaco, pesano invece le accuse di essere immischiati nei loschi affari del PRG di Roma, magari non necessariamente per vantaggi diretti e personali ma, in ogni caso, per affari di bottega, i quali servono a mantenersi e a far carriera e, dunque, ... gira gira ma alla fine servono anche per fini personali, come le tangenti riscosse dai partiti, anche se le si chiama contributi elettorali, almeno quando sono superiori a 50 euro (limite che una circolare del Ministero delle finanze fissa per i regali dei professionisti ai propri clienti).

La trasmissione Report di RAI3 del 4 maggio ne ha messo in luce alcuni aspetti ad elezioni ultimate che, tuttavia, girano sui blog da diversi mesi ed anni, quindi ben prima della campagna elettorale. E’ evidente che l’appeal della sinistra di Rutelli non ha avuto alcuna fortuna ed i romani si sono girati dall’altra parte, fatto questo che rappresenta una sorpresa dal momento che al primo scrutinio aveva ben il 5% in più di voti di Alemanno.

Su Veltroni non pare il caso di dilungarmi dal momento che di analisi dell’insuccesso ce ne sono a migliaia sul web e cominciano ad esserci analisi anche sulle riviste politiche della sinistra.
Di fatto, interpretando il tracollo con il senno della nota psicologica di cui sopra, occorre dire che, essendo venuta meno la fiducia nel capo (del PD, in questo caso), non solo da parte dei cittadini incerti, ma anche da tanti della sinistra, si sono dissolti anche i legami di partito, o di area, o di cultura della sinistra che reggevano anche i rapporti tra i singoli e lo si è visto nella corsa all’attribuzione puntigliosa, quanto irrazionale, delle responsabilità, quando sarebbe stata opportuna un’analisi del da farsi anche se accompagnata dalla riflessione delle vicende disastrose appena vissute.

E su questo nervosismo pesa, però, e irrimediabilmente, l’accusa di stantio della dirigenza autonominatasi a capo del PD, Veltroni in testa, e perfino nel governo ombra (... che ha vinto le elezioni ombra, però! ... sic!!!), il tutto reso possibile, e abbondantemente condito a guazzo dal nostro, mediante la porcata di Calderoli.

Una traccia per il futuro (che il PD di Veltroni & C. eviterà con molta cura)
... (stiamo lavorando per voi)

Nell'immagine sopra: quattro elaborazioni che testimoniano il mio amore per il capo (il principale leader dello schieramento a noi avverso, salvo tutti gli altri).
Nell'immagine sotto: Rutelli che centra il bersaglio.

giovedì 8 maggio 2008

Giornale e Mattone

Non è confortante la situazione della speculazione fondiaria ed edilizia di Roma dopo 15 anni di giunte di centro-sinistra, cioè di Rutelli, sindaco dal 1993 al 2003, e di Veltroni, sindaco dal 2003 al 2008. Giunte e governi che vengono da una lunga storia che si era caratterizza per la lotta delle classi meno abbienti contro il potere di pochi soggetti forti e alle quali pure i nostri due sindaci pare si volessero riferire nelle due campagne elettorali appeno concluse, quella politica del 13-14 aprile e quella comunale di Roma. Sorprende il fatto però che, almeno nei media nazionali, il tema del PRG non fosse minimamente trattato, al pari di un tabù di famiglia.

Molti tratti di queste vicende di oggi ricordano la speculazione selvaggia che ci fu negli anni dell'unità d'Italia, e specialmente dal 1860 alla prima guerra mondiale, come riportati con dovizia di notizie e cartine nel libro di Italo Insolera Roma moderna. Un secolo di storia urbanistica, 1870-1970, edito dalla Einaudi, che consiglierei soprattutto ai giovani e, in particolar modo, agli studenti di architettura.

La rete è piena di blog e di forum che trattano la questione e, per avere un'idea, basta inserire in Google o Yahoo il nome di uno dei seguenti costruttori: Caltagirone, Toti, Bonifaci, Armellini, Ligresti, Mezzaroma, Marchini (che poi si spartiscono da soli la quasi totalità delle rendite) ed il nome Morassut, assessore all'urbanistica con Veltroni. Oppure inserire il nome di quest'ultimo e il nome di una delle località di Roma interessate alla speculazione: Bufalotta, Anagnina, Romanina, Acilia, Madonnetta, Tor Pagnotta, Ponte di Nona, Tor Vergata, Fiera di Roma, Appia Antica, ecc.. D'altronde la trasmissione Report di RAI3 del 4 maggio scorso ha illustrato alcune situazioni "delicate" e la si può vedere per intero oppure leggerne il testo integrale nel sito http://www.report.rai.it/ con il titolo I re di Roma.

Se consideriamo anche le notizie riportate da Il Sole-24 Ore, e quanto contenuto nel sito http://praticomondo.myblog.it/archive/2007/07/31/veltroni-si-prende-a-mattonate-l-unita.html , dai quali si associa il salvataggio de L'Unità alla generosità dei fratelli Toti (titolari della Lamaro Appalti) per salvare il giornale dallo sfascio causato dalla montagna di debiti accumulati quando Veltroni ne era direttore, e si sà ... i costruttori non sono proprio dei soggetti caritatevoli, possiamo renderci conto dell'intreccio perverso politica-affari che regna nella capitale da un pò di tempo. E, secondo il detto Capitale corrotta-nazione infetta, si constata che purtroppo tale intreccio esiste anche nelle città di provincia e perfino nei più piccoli comuni di montagna del nostro Paese.
D'altronde ci viene in soccorso di questa tesi dell'intreccio anche un altro detto popolare e cioè che chi ha i soldi comanda o, come ha detto Marx, che la struttura della società è solo quella produttiva, mentre la politica, la religione e la cultura non sono che la sovrastruttura di quella società, non nel senso gerarchico che sta sopra alla struttura, che in un certo qual senso ne orienta le mosse, ma nel senso che è palesemente ininfluente alla struttura stessa e che, anzi, è determinata dalla struttura produttiva e, in questo senso, è ad essa funzionale dal punto di vista del controllo sociale. Poi vi sono le infrastrutture che consentono a quella struttura di funzionare materialmente.
E tutto ciò viene accuratamente nascosto dai politici che vorrebbero far credere che le loro scelte sono maturate nell'ambito dei partiti e delle assemblee con i cittadini, mediante la discussione democratica, mentre sono essi stessi al soldo di chi gli ha dato i fondi per la campagna elettorale. D'altra parte non potremmo credere che un Rutelli, per quanto ricco di suo, o un Veltroni, come anche un La Russa o un Tremonti, beninteso, siano disposti a impiegare i beni personali o di famiglia in una campagna elettorale per sostenere una tesi, che so ... ad esempio la lotta alla speculazione edilizia che sconvolge le nostre città e che è fonte di ambienti degradati e degradanti dai quali nascono il disagio sociale e perfino la delinquenza. Nè potremmo credere che siano sufficienti per quella campagna elettorale gli spiccioli raccolti come donazioni da singoli cittadini alle varie feste di partito.
E i soldi "donati" dai potenti di turno ai partiti o a suoi esponenti sono delle cambiali un pò strane che, nel mentre dovranno essere onorate nel corso del mandato, lo dovranno essere con due zeri appiccicati in fondo, cioè lo dovranno essere moltiplicate per cento volte. E a chi vorrebbe far credere quel costruttore intervistato nella trasmissione di Report citata sopra che lui ha finanziato quasi tutti i partiti per far sviluppare il processo democratico? Ce n'è di ridicolo in certe affermazioni!!!

Se aggiungiamo che alle recenti elezioni comunali di Roma Alemanno ha fatto leva furbescamente sullo spitito delle masse, come lo chiama Le Bon, possiamo capire perchè la sconfitta di Rutelli è stata clamorosa.

(L'immagine è tratta dalla copertina de L'Espresso del 2 maggio 2008)

martedì 22 aprile 2008

Note sulla democrazia (1)

Questo post è stato spostato più volte all'interno del blog.
Il motivo è dovuto alla sempre più forte attualità del suo contenuto, dal momento che contro l'ipocrisia del potere (politico, ma anche delle grandi aziende e della criminalità organizzata in un coacervo difficilmente distinguibile come sostiene il Generale Fabio Mini nel suo libro La guerra dopo la guerra, Einaudi 2003) nulla possono i normali cittadini, nè con la protesta pacifica nè con lo strumento del voto, che si sta rivelando sempre più una farsa o, quanto meno, un rito svuotato di contenuti e, dunque, a maggior ragione, una farsa e una beffa alla ragione umana.


... Infine noi non attacchiamo la democrazia sulla linea che partendo da De Maistre si arram­pica, attraverso Nietzsche, fino a … e agli infiniti altri che fanno cari­co alla liberaldemocrazia della straordinaria de­cadenza, soprattutto morale, della società mo­derna.
Non è la decadenza, morale o meno, che ci interessa qui. Ma la coerenza. Noi crediamo che tutti i sistemi siano più o meno buoni, o che co­munque abbiano la possibilità di reggere, a se­conda che rispettino le premesse e i postulati su cui poggiano o affermano di farlo. Se questa coerenza non c'è, o viene meno, il sistema, pri­ma o poi, crolla. Non perché perda la legittimi­tà - … - ma la credenza nella sua legittimità da par­te di coloro che vi sono sottoposti.
Il féudalesimo ha funzionato discretamente per parecchi secoli, in Europa. I patti erano chiari. I contadi­ni e gli artigiani lavoravano e mantenevano la comunità, i signori, in cambio, avevano però due obblighi precisi: dovevano difendere il ter­ritorio … e amministrare la giustizia nei loro feudi. Quan­do delegano ad altri il mestiere delle armi, lascia­no, di fatto, i loro castelli e si trasferiscono a Ver­sailles a fare, imparruccati, imbellettati e merlet­tati, i bellimbusti, la borghesia li caccerà, giusta­mente, a pedate nel sedere.
Temo che la democrazia sia su questa strada. …
La democrazia rappresentativa, liberale, borghese, insomma la "democrazia reale" come la conosciamo e la vi­viamo, e che è attualmente egemone, non è la democrazia. È una finzione. Una parodia. Un imbroglio. Una frode. Una truffa. Noi la defi­niamo in modo brutale, e in una prima appros­simazione che pecca per difetto (perché, come vedremo, la realtà è persino peggiore): «un mo­do per metterlo nel culo alla gente col suo con­senso». (pag. 29-31)

Secondo la vulgata gli elementi considerati essenziali, e minimali, per l'esistenza della de­mocrazia sono: 1) Il voto deve essere uguale. E’ il concetto che gli anglosassoni esprimono col distico one man, one vote, un uomo un voto. … 2) Il vo­to deve essere libero. Deve cioè essere conse­guenza di una scelta spontanea, consapevole fra opzioni effettivamente diverse. I governanti de­vono avere un reale consenso da parte dei go­vernati. 3) I governati devono essere in grado di esercitare un controllo sull'attività e sulle deci­sioni dei governanti. 4) Questi atti devono esse­re pubblici e trasparenti. 5) Il rispetto di proce­dure predeterminate. 6) L'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. 7) La democrazia, come quasi ogni altro sistema (…), rifiuta la violenza come meto­do di risoluzione dei conflitti politici e privati e la sostituisce, per i primi, con elezioni a suffragio universale e con l’imperio della legge per i secondi. (pag.52-53)

La classe politica de­mocratica è formata da persone che hanno co­me elemento di distinzione unicamente, e tauto­logicamente, quello di fare politica. La loro le­gittimazione è tutta interna al meccanismo poli­tico che le ha prodotte. Sono i professionisti del­la politica, che vivono di politica e sulla politica secondo la lucida e spietata analisi di Max We­ber che scrive «di politica come professione vi­ve chi tende a farne una duratura forma di gua­dagno» …. Poiché non è necessaria alcuna qualità pre­politica la selezione della nomenklatura è auto­referenziale, puramente burocratica, avviene all'interno degli apparati di partito attraverso lot­te oscure, feroci, degradanti, spesso truffaldine. …
Nota Tocqueville: «Nella democrazia i sem­plici cittadini vedono un uomo uscire dalle loro file e giungere in pochi anni alla ricchezza e alla potenza; questo spettacolo suscita la loro sor­presa e la loro invidia, essi ricercano in che mo­do colui che era un loro uguale sia oggi investi­to del diritto di dirigerli». Vediamo e sentia­mo i nostri governanti simili a noi e forse, a tor­to o a ragione, peggiori di noi e li disprezziamo. Sartori scrive che «noi valutiamo gli uomini, ri­fiutiamo di obbedire a chi disprezziamo». La democrazia dimostra che è vero il contrario: si ubbidisce anche a chi si disprezza. E se la cre­denza nella legittimità del sistema democratico può restare sufficientemente alta da tenerlo in piedi, quella delle persone che concretamente lo incarnano è quasi nulla". (pag. 57-58)

(1) - Tratto da: Massimo Fini, Sudditi – Manifesto contro la democrazia, Marsilio, 2004.

sabato 19 aprile 2008

Le eterne domande della vita

Ora la speranza è che non ci si debba occupare dello smaltimento dei rifiuti. Dove collocarli? Meglio fare una raccolta differenziata? Quale discarica impiegare? No ... perchè di pericolosi e nocivi ce ne sono, e alcuni sono altamente tossici.

Tra i verdi, ad esempio, c'era il principio dell'ecologia della politica e di quello del ricambio (20 anni fa), ma con Pecoraro si è bloccato tutto, specie dopo il congresso di Chianciano del 1999, dove fece pesare per la sua presidenza (allora c'era Grazia Francescato) circa 4000 tessere e relativi delegati della provincia di Salerno (per confronto, la provincia di Ancona, dopo numerose battaglie ambientaliste, aveva appena 200 iscritti).

Che dispiacere aver perso la meravigliosa Grazia Francescato a capo del partito, così attenta e sensibile, e poi una donna !!!

Ma, ohibò ... (pragmatismo delle donne) dopo poco la ritroviamo alla presidenza della società dell'IRI incaricata della bonifica dell'area ex Italsider di Bagnoli a Napoli.

Vorrà il PD tenere alla larga anche i singoli membri dei partiti con cui non ha voluto fare coalizione? O con il solito buonismo, di cui solo Uolter è capace, si imbarcheranno anche quelli "senza lavoro", ai quali la terza domanda di Woody Allen non fa dormire la notte?

Magari per costoro c'è anche un premio di consolazione ... che sò !? ... la presidenza di un qualche ente, anche regionale, un posto qualsiasi per quelli di bocca buona, purché con tanto di gettone.

Così non solo potremmo dire di aver semplificato il sistema politico italiano, riportandolo a 20 anni fa con la dinamica Pci-Dc (e relativo saltinbanco Psi), ma addirittura potremmo dire di aver ripristinato le manovre di sottobanco, anche contro gli elettori, e se necessario si può sempre creare ex-novo un ente ... che sò ... un "Comitato per la tutela dell'uovo di gallina della Vallesina", con partecipazione al 98% della provincia. E' solo questione di fantasia !!!

mercoledì 16 aprile 2008

La Cina è vicina ... mamma li turchi!

Senza conoscere un solo ideogramma ho fatto qualche saggio nei siti di lingua cinese. Una pagina su due ha la desinenza “gov.cn”: forse indica che sono controllate dal governo? A prima vista si direbbe di si, in quanto i siti militari, ad esempio, sono ad accesso controllato, per cui le immagini raramente vengono fatte vedere in alta definizione, e più spesso sono sostituite dal logo del webmaster.
Quel che stupisce, invece, ma c’era da aspettarselo, è che tutto quanto abbiamo criticato nel nostro occidente sul ruolo destabilizzante della modernità e dei media c’è, pari pari, anche da loro. Pubblicità infarcita di sesso, atteggiamenti esibizionistici, protensione all’io più marcato.
Se si osservano siti non commerciali, invece, viene fuori una civiltà fatta di piccole cose come abiti dimessi, case non belle, anziani e bambini nei loro ambienti domestici essenziali (o per lo meno a noi sembrano essenziali).
Una Cina che guarda ad occidente per tanti aspetti, come non era mai accaduto nella sua storia trimillenaria, una Cina per la quale fino a ieri l’Europa non era che una modesta penisola del continente eurasiatico, come la penisola indiana, come la penisola indocinese, una penisola che si trova ad occidente della congiungente il Mar Baltico con il Mare Adriatico o, se vogliamo essere generosi, della congiungente il Mar Baltico con il Mar Nero. Una Cina che con Mao aveva rivoluzionato il modo di leggere la realtà politica ed economica, con una particolare attenzione al fare e all’essere, e con una forte impronta al “miglioramento continuo”, che i giapponesi venivano chiamando Kaizen, e che in Europa non arrivò che nel 1984. Una Cina che, anche nei visi delle modelle, imita le dive delle passerelle europee, evitando i tratti fortemente cinesi e, ancor più, quelli mongoli.
E così importa modelli di vita che non aveva mai cercato prima di 30 anni fa. Modelli che non hanno radicamento nel paese. E la molla che ha fatto scattare tutto ciò, a me pare doversi cercare nella vanità, vero elemento destabilizzante innestato bruscamente nel sistema di potere civile e religioso, che per loro è la stessa cosa, del confucianesimo, con lo scopo di modernizzare il paese e, specie dopo la morte di Mao, per avviare un’economia capitalistica, anche se a direzione centralizzata.

Certo, la “naturale” sottomissione confuciana del singolo alle gerarchie di villaggio cominciava a pesare, specie dopo la rivoluzione culturale, ma aver soppiantato quel modello con uno che ai più anziani potrebbe sembrare importato direttamente da Marte non sembra foriero di belle cose. E’ vero che solo un terzo della popolazione cinese vive la modernità, ma è sempre una massa pari all’Europa dei 25, cioè mezzo miliardo di anime. E mentre l’Europa è alle prese con la modernità da oltre 2 secoli, ed ha potuto sperimentare qualche dispositivo alleviatore e metabolizzare qualche “effetto collaterale”, la Cina lo è solo da 30 anni. Su una sola generazione cinese si stanno accumulando problemi che l'Europa ha potuto diluire su sette generazioni. E il tutto non è solo questione di numeri o di know-how, ma viene investita la naturale capacità di assorbimento dei cambiamenti da parte delle comunità umane e di tutto il sistema biologico e geologico che ci sta intorno.
Se Spengler potesse aggiungere un capitolo di aggiornamento al suo libro maggiore, su questo boom della Cina, forse direbbe ancora che l’occidente è dappertutto e che il tramonto di questa civiltà è planetario, ma con toni più decisi che nel 1917. Ci sono tutti i segni che l’imminenza di questo tramonto sia da estendersi in ogni angolo della terra: decine e decine di megalopoli abitate da decine di milioni di presunti cittadini che sembrano ancora peggio dei diseredati della terra nell’Inghilterra vittoriana che non gli ordinati abitanti di una polis greca.
Invece di popoli ordinati e coerenti con il proprio territorio dal quale traggono le risorse materiali e spirituali, si hanno parassiti sradicati da ogni cultura e da ogni morale, salvo quella minima di riconoscere nell’altro la pura animalità per tenersene alla larga, come negli stadi attuali che ricordano la sete di sangue dei giochi gladiatori. Grandi popoli, un tempo, oggi dispersi ai quattro angoli del pianeta in cerca di fortuna o, più semplicemente, di un legittimo benessere che nessun paese ospitante potrà dargli. Questo è il processo spirituale ultimo di una civiltà – dice Spengler. Ovviamente la fine non è cronologicamente prevedibile, poiché può dipendere da cause accidentali che possono far evolvere assai bruscamente una situazione che sembrava stabilizzata.
E la valanga di un paese che, misurato con il Pil, cresce del 10-11% all’anno e questo, ormai, da oltre 10 anni, non può che destare qualche perplessità, specie se sommato al +9% del Pil dell’India, e al +4% del Pil del Sud-Est Asiatico (che da solo ha la stessa popolazione ed estensione dell’Europa dei 25). Basti pensare alla recentissima “rivolta del pane” scoppiata in parecchi paesi in tutto il mondo, dalla Thailandia, all’Egitto, dal Bangladesh all’Argentina, dovuta all’impiego delle risorse alimentari per farne combustibile per autotrazione, o come merce di scambio internazionale per ottenere petrolio, che ha fatto alzare i prezzi degli alimenti base anche del 50% in pochi mesi.
Non è il caso di ipotizzare un termine a questo caos, in quanto ci siamo dentro fino al collo, e annaspiamo come dannati in cerca di soluzioni tecnologiche o finanziarie che risolvono solo momentaneamente quel problema, ma che ne innesca altri la cui evidenza a volte viene alla luce non subito ma solo dopo qualche anno o decennio, e che "col senno del poi" diremo che sono peggiori dei mali che allora pretendevano di curare.
Anche le Olimpiadi, un tempo “giochi di capacità fisica e mentale tra persone”, ma che da un secolo sono solo una vetrina delle capacità tecnologiche del paese ospitante, non sembrano aiutare la Cina ad inserirsi tra le nazioni civili, soprattutto per l’ostilità di queste che vedono in quel +11% del Pil, un pericolo, ma prendendo a pretesto la questione tibetana. Ma pensate, se la Cina dovesse interferire nelle rivendicazioni di autonomia della Sardegna, o della Corsica, o dei Paesi Baschi, o dell’Irlanda del Nord, o della Vallonia, tanto per fare qualche esempio in casa nostra, cosa potremmo dire?
Intanto, al termine del 2007 la Cina ha superato gli USA in numero di connessioni internet.

martedì 15 aprile 2008

Animatori del Club Vacanze

Potete metterci la mano sul fuoco: i turisti del club siamo noi, gli animatori sono loro, ma il padrone del club, chi è? O meglio, la fattura che dovremo pagare, a chi è intestata?
Qualcuno ha solo aspirato ad un posticino di animatore, ma non ce l'ha fatta. Salta il turno, come al gioco dell'oca, forse andrà meglio la prossima. A volte la stupidità e la presunzione che 2 + 2 fa 4, in politica gioca brutti scherzi: 2 + 2 fa 2 !!! E se si tenta di fare 2 + 2 + 2, non si ottiene 6, ma sempre 2, a causa di uno stupido in più, che evidentemente sposta poco.

sabato 12 aprile 2008

Ageometretos medeěs eisíto

Era scritto sulla porta dell'Accademia, nella grecia classica, e tutti concordavano, anche Platone, che "non entri chi non è inoltrato alla geometria". In effetti, oggi la geometria è una scienza così poco praticata nonostante i programmi scolastici si profondano di dire il contrario.
Gaudì (1852-1926), al di là del fatto che è stato interpretato come un visionario romantico e pazzoide, e imitato in provincia, anche in Italia, da tanti bricoleur del mattoncino a vista, era un profondo conoscitore delle nuove geometrie evidenziate nel corso della metà del XIX secolo.
Lobacevskij (1792-1859) e Bolyai (1802-1860) per primi, ma indipendentemente, formularono i principi delle geometrie "non euclidee", poi Gauss (1777-1855) e Riemann (1826-1866) approfondirono l'argomento, mentre Minkowski (1864-1909) e Ricci-Curbastro (1853-1925), mediante tale strumentazione teorica, posero le basi matematiche per le scoperte di Einstein (1879-1955) che formulò la teoria della relatività ristretta nel 1905.
Gaudì fu promosso all'esame di laurea di architetto con un giudizio da parte della commissione esaminatrice del tipo "... non ci abbiamo capito niente. Comunque, nel dubbio, lo promuoviamo, tanto se è un pazzo non riuscirà a fare danno alcuno perchè nessuno lo prenderà in considerazione, mentre se realmente è un genio, allora non possiamo privare la società della sua opera.".
In effetti, Gaudì espose una tesi sulle nuove geometrie e sulle applicazioni di esse nelle costruzioni. Fin dagli anni 1880-1895, Gaudì applicò per la prima volta nella storia dell'architettura la forma detta "iperboloide ad una falda" (http://it.wikipedia.org/wiki/Iperboloide) (nella foto di oggi si vedono una serie di imbuti disposti attorno a quello maggiore) nelle sue costruzioni contemporaneamente, ma indipendentemente, all'ingegnere russo Vladimir Shùjov (1853-1939).
In seguito applicò anche la forma detta "paraboloide iperbolico" (http://it.wikipedia.org/wiki/Paraboloide) (nella stessa foto se ne vedono le cassaforme di due in primo piano a destra), e nella Sagrada Familia a Barcellona fece ampio uso di tali superfici geometriche che sono chiamate anche "quadriche rigate" per il fato che possono essere realizzate facilmente con l'impiego di elementi lineari, come travi di legno e fili tesi.
Ma non solo tali geometrie applicò, il Nostro, nella Sagrada Familia, ma impiegò anche la forma detta "arco catenario" (http://it.wikipedia.org/wiki/Arco_catenario) o più semplicemente "catenaria" (http://it.wikipedia.org/wiki/Catenaria), nella variante detta "rovescia", una forma in cui gli sforzi nei vari conci dell'arco sono esclusivamente di compressione e, quindi, consentono di ottimizzare al minimo le sezioni resistenti. Nella seconda foto, infatti, desta meraviglia la sottigliezza dei piloni che seguono la forma della catenaria rovescia e sostengono una serie di superfici a doppia curvatura come sono il paraboloide iperbolico e l'iperboloide ad una falda.
E non è un caso che Gaudì impiegò proprio allora l'arco catenario rovescio, in quanto proprio in quegli anni la Scienza delle costruzioni, che gli architetti praticano sempre meno di quanto sarebbe necesario, mediante Jean Claude Barré de Saint-Venant (1797-1886), fisico francese, stava formulando la soluzione del problema elastico della trave, che Gaudì dimostra, nei fatti, di conoscere.
Da queste vicende si vede come la scienza e l'arte siano strettamente connesse, e come una possa costituire fonte di scoperta per l'altra.
Altre illustrazioni sulla geometria e sulla tecnologia della Sagrada Familia al sito: http://www.flickr.com/search/?q=paraboloide&w=22960062%40N05&m=pool o, in generale, al sito:

mercoledì 2 aprile 2008

Trasporto merci








E' con questi arnesi che portiamo a spasso merci qualsiasi per i mari del mondo. Un tempo i navigatori portavano merci rare da un continente all'altro, e non pomodori, mozzarelle, magliette e altri prodotti che possono crescere o prodursi in ogni luogo della terra. E così occorrono navi sempre più grandi, aerei sempre più capienti, autostrade sempre più lunghe, linee ferroviarie sempre più veloci come le TAV, TGV, ecc..
I pomodori spagnoli vengono portati in Olanda, e quelli olandesi in Spagna, come se non si trattasse sempre di pomodori, buoni per fare solo qualche salsa. Ogni giorno 50 mila milanesi vanno a lavorare a Torino e 50 mila torinesi vanno a lavorare a Milano: si potrebbe fare in modo tale che ciascuno rimanga a lavorare nella propria città o che almeno una buona parte di quei 100 mila lavoratori possa farlo. Quanti sprechi in meno per i trasporti?!, Quante strade, autostrade, ferrovie, linee aeree in meno si potrebbero risparmiare nel mondo con un pò di programmazione?!
La modernità pare tutta svolgersi in questo frenetico spostarsi avanti e indietro per le vie del mondo, e se guardiamo la situazione dopo un giorno, dopo un anno, tutto è rimasto come prima, ma gli scarti irrecuperabili che tutto ciò comporta da qualche parte dovranno pure andare a finire?
La rivoluzione neolitica avvenne quasi senza alcuno spostamento di popoli, eppure l'idea dell'agricoltura fece il giro del continente euro-asiatico. La lingua ittita, oggi rinominata lingua indoeuropea, si impose dall'India all'Europa e dal Mar Rosso al Mar Baltico senza spostamento di popoli, forte solo delle sue capacità espressive.
Oggi si spostano masse sempre più numerose di persone da un capo all'altro del mondo che, però, tornano ai loro luoghi con le stesse idee di quando sono partite perchè non sono andate a cercare e a capire le culture diverse dalla nostra. Infatti, questi girovaghi del turismo vogliono solo ritrovare nei luoghi lontani ciò che avevano a casa loro: una colazione con cappuccino e cornetto se si tratta di romani, due uova con pancetta se si tratta di inglesi, un albergo come ce l'hanno qui, uno spettacolo indigeno come si può vedere anche da noi.
Ma volete mettere ... il confronto da brivido ... nel raccontare nel bar sotto casa di essere stati su una spiaggia con la sabbia "così e così", di aver visto un cielo di colore "così e così" ... (salvo, poi, che qualcuno deve rimediare a tanti sprechi e rifiuti).

martedì 1 aprile 2008

La cinesina milanese


















Ho le tasche del giaccone piene delle mie carabattole,
sigari, caramelle, la Szymborska in 25 miti,
e poi il cellulare, la fotocamera, il taccuino su cui scrivo,
questa penna che sopravanza le idee.
Se ho le tasche piene di carabattole non è perché sono povero,
mi sento ricco perché non do fastidio a nessuno,
si direbbe che sono autonomo, ma non pare nemmeno così.
Qui di fronte s’è seduta una cinesina vestita alla milanese
che ripete p come pane, c come casa, m come montagna,
ha lo sguardo loscamente ingenuo di chi non sa cos’è,
né cinese, né milanese.
E io, poi? Forse milanese per un giorno, forse bipede,
ma seduto con ordine sulla panchina di legno.
Nei palazzi di fronte ogni tanto s’alza una tapparella,
qualcuno si rischiara la voce scatarrando due tre volte,
poi giunge un bambino che vuole la nonna sullo scivolo.
Ma sé matt?!
Motorette e berline ordinate sulla Padana Superiore.
Le scope del Road House Grill si agitano nei secchioni.
Non ci sono quadrupedi qui, e nemmeno campane.
Di colpo risuona il rombo di una moto tra i palazzi,
pare arrivata la morte delle motocarrozzelle naziste
come riferisce mia madre per ricordo, qualche volta.
La Pasquetta qui è diversa da quella dell’anno scorso,
non ci sono indiani bronzati qui, nessuno ha dormito sui cartoni,
non ci sono nemmeno i cartoni, né le cartacce.
Le cornacchie sulle antenne TV si godono il sole.
Spiaggia, spiaggia, spiaggia, ripete la cinesina ignara,
alle prese con una lingua lontana quanto la sua.
(24 marzo 2008)

lunedì 31 marzo 2008

Lettera a un fotografo mai nato

Caro amico, non correre dietro alle macchine, né agli obiettivi. E’ vero che servono, ma la foto la devi vedere tu, e soprattutto la tua mente deve avere qualcosa da raccontare. Mario Giacomelli, mio conterraneo, lo dimostra.
Personalmente ho cominciato nel 1968 e prendevo di nascosto la Kodak di babbo (un cassettone 6×6 del 1950, senza diaframma e senza fuoco) e andavo a riprendere i capannoni industriali in costruzione e quelli abbandonati per le ristrutturazioni industriali selvagge di allora. Poca cosa, certo, quando facevo 12 scatti al trimestre era già tanto, non si scattava a vanvera come ora, e le stampe erano per contatto, quindi foto microscopiche da cm 6×6, ma mi sono rimasti alcuni negativi che conservo come cimeli. Le brutture della nostra società mi attraggono tuttora, non perché sono un maniaco del brutto, ma perché mettono in risalto le contraddizioni di quanto ci presentano i politici, i giornalisti e gli imbonitori di turno del sistema, mentre la realtà manipolata dall’uomo è tutt’altra cosa.
Poi nell’estate del 1971 sono andato in vacanza a Parigi e Londra, con un biglietto di treno andata e ritorno, dormivo nella sala d’attesa della stazione insieme ai barboni che arrivavano la sera tardi, pesanti dei loro fardelli di buste attorcigliate. Avevo una vecchia Zorki russa a telemetro 35 mm prestatami da una zia, e riprendevo di nascosto i miei compagni di pavimento, dormendo come loro su fogli di giornale. Alle cinque di mattino venivano i vigilantes e cacciavano questi poveri senza casa, e qualche scatto di nascosto l’ho fatto pure a loro (io ero un privilegiato, per loro, a me non potevano cacciarmi, perché avevo il “titolo” di viaggio) . Da allora devo dire che a volte ha preso il sopravvento il tecnicismo, anche se le riviste di fotografia erano pochissimo diffuse, e non come ora che hanno omogeneizzato le menti dei fotografi in una corsa insensata all’ultimo pixel.
Dopo è arrivata la Exakta VX-1000 sempre prestata, nel 1971, (senza esposimetro) cui è seguita una Exakta RTL-1000 (con esposimetro, ma tutt’altro che preciso, faceva l’ossido nel vano batterie). Avevo un obiettivo 29 mm con una definizione da Hasselblad (ma barilottava ai bordi), un 100 mm, magnifico per i ritratti, ma troppo morbido per i dettagli, e poi un 200 mm con duplicatore di focale. Tutta roba della ex DDR (Dresda, Germania Est), ottiche per me insuperabili anche ora che uso Nikon da un pezzo.
Sviluppavo, naturalmente b/n, con un Durst M601 con obiettivo Schneider-Componon 50mm f.1,4, anche questo eccezionale come definizione.
Poi nel 1983 ho preso una FE2 (i soldi per la F2 non li avevo) con il 20mm f.3,5, che uso entrambi tutt’ora. E poi … ecc..
Mi ero innamorato del digitale appena apparso nel 1996, ma la Canon faceva una fotocamera grossa come una mezza fila di pane, troppo brutta, che arrivava alla bellezza di 1,1 Mp e con che colori poi ti lascio immaginare. Poi, dopo un lungo periodo di osservazione sono approdato ad una digitale compatta Nikon (buona per il sensore, ma ottica barilottante) e poi ad una compatta Panasonic, attratto dallo Zeiss, che è risultato discreto (non poi così eccezionale), ma il sensore fa la grana grossa anche in pieno sole.Ora sto rispolverando l’anticaglia Nikon, che mi pare ancora insuperata dalle compatte digitali e anche da alcune reflex pure discrete della Nikon. In pratica FE2 ed FM2, con PC 28 mm f.3,5, 15 mm f.3,5, il vecchio 20 mm f.3,5, un nuovissimo PC micro-Nikkor 85mm f/2.8D Tilt&Shift , e altri come 135 mm, 500 mm a specchio, ecc..Solo che mi tocca scansire le pellicole per farne dei files da maneggiare al computer e stampare non più in camera oscura, in quanto non sono attrezzato per il colore.Il succo di questo vaneggiamento (direte …), è che non vado più dietro alle apparecchiature, ma cerco dei soggetti da raccontare, come la bruttezza delle nostre città (per la bellezza è facile, basta bazzicare i quartieri bene), l’ansia delle persone per strada, e le frattaglie della vita quotidiana, come l’ombra ondulante di un discendente dell’acqua piovana sul muro al tramonto, o il sotto dei TIR.
Vedo tante belle foto sul web, ma che non dicono niente. Nessuno, o quasi, fotografa più le persone, e ciò è uno specchio dei tempi. Un pò la privacy, un pò la poca pazienza o timidezza dei fotografi, un pò la sciatteria di andare in giro con macchine vistose alle quali i soggetti si sottraggono. Di fatto se si vedono foto di persone, spesso sono prese da lontano con supertele. C’è stato un periodo negli anni ‘70 in cui andavo nei mercati delle cittadine di campagna con la RTL-1000 e il 29 mm a fotografare da un metro le persone nella calca tipica dei mercati, tenendo la macchina con fuoco su infinito e diaframma abbastanza chiuso, scattando mentre tenevo la macchina non davanti al viso, ma su una spalla, quindi senza guardare attraverso il mirino, per non dare l’impressione che stessi riprendendo. Ne sono venute foto con l’inquadratura un pò sgarruppata, naturalmente, ma molto espressive: volti rugosi cotti dal sole, abbigliamenti da contadini in gita domenicale, donne in abito nero e fazzoletto in testa a lutto.
Ci vuole coraggio a riprendere le persone da vicino. Devi entrare in colloquio con esse, in modo che la tua presenza con quell'arnese strano davanti al naso che è la fotocamera appaia come una cosa familiare, che fa quasi parte di quell'ambiente, e così tra una chiacchiera e un sorriso puoi, ammiccando amichevolmente, fare qualche scatto naturale, senza che si mettano in posa.
Un altro periodo andavo a fotografare le persone nei tavoli all’aperto dei ristoranti, mentre imboccavano il cibo con la forchetta: non hai idea di quanto siamo simili agli animali nell’espressione bestiale di azzannare un boccone. La testa si protende in avanti, le labbra e le guance sono tirate indietro, gli occhi sono quasi strabici per vedere da vicinissimo, i denti sono scoperti, le narici del naso si deformano, le sopraciglia si aggrottano.
Francamente mi pare che ci sia molto da raccontare se solo si uscisse dall’ovvio.Per cui, direi, frena la corsa alle macchine, va bene anche un fondo di bicchiere (Giacomelli si faceva le ottiche da solo, con l’aiuto di un fabbro, eppure i soldi non gli mancavano). La fotografia sta tutta li. Riprendere ciò che non si vede ad uno sguardo casuale. E soprattutto farsi una traccia di quel che si vuole riprendere, secondo un personale modo di sentire la realtà che ci circonda, che non è una realtà unica e a "tutto campo", ma che è la tua realtà.

domenica 30 marzo 2008

Condominio romano



La corte di un condominio romano costruito dai palazzinari negli anni '60-70, con le personalizzazioni degli utenti, ai quali era concesso solo questo nel determinare il proprio ambiente di vita. Ma, si sa ... non è che oggi sia cambiato molto .... Vorranno i contendenti alle elezioni politiche 2008 fare in modo che nei piani regolatori sia prevista la facoltà per i cittadini di determinare le manipolazioni del proprio spazio di vita, secondo la propria cultura, anzichè imporre schifezze di questo tipo in cui l'uomo viene ridotto ad un animale in cattività che può solo, al pari di un coniglio in gabbia, raspare con i piedi la poca paglia che c'è in terra per spostarla un pò più in la?

sabato 29 marzo 2008

Stipendi ai politici e polizza di responsabilità

Prendo spunto dalle proposte che in questa ennesima campagna elettorale del 2008 vengono da più parti avanzate in merito alla necessità di ridurre i compensi dei politici.
Il problema è che, mentre l'usciere come il dirigente di una struttura ha un contratto di lavoro in cui sono definite le mansioni e qualcuno gli tira le orecchie se non le svolge, per un sindaco, come per un assessore, il mansionario non c'è come, d'altronde, non c'è nemmeno per il presidente del Consiglio dei ministri, a meno che non si voglia camuffare il programma elettorale con cui è stato eletto per una specie di bibbia del da farsi.
Se uno mi dice che è il più bravo della categoria (leggi: candidati a sindaco o altra carica) e farà "questo e quello" e io, per fiducia personale, per credibilità delle proposte, o semplicemente per ignoranza degli argomenti che propone, gli do il voto, dovrebbe pur esserci un sistema, al termine del mandato, o strada facendo (che sarebbe meglio), per verificare la coerenza tra il detto e il fatto, come avviene nei "sistemi qualità aziendali".
Ad oggi questo sistema di controllo dell'operato di un sindaco non c'è, per cui il candidato può fare qualunque promessa agli elettori, beninteso, purché sia un pò credibile, se no l'opposizione (e i giornali, si spera, se non sono "addomesticati") ci ride sopra.

Si potrebbe "pagare" un sindaco anche un milione di euro l'anno (per un comune di 100 mila abitanti) se una verifica coerente del suo mandato dicesse che ha realizzato quanto promesso ma, in caso contrario, dovrebbe essere il sindaco fallace a rimborsare alla comunità lo stipendio percepito. Anzi, direi che, proprio per il fatto che il candidato mi ha promesso una certa quantità di cose che a me sembravano necessarie per cui gli ho dato il voto, se al termine del mandato quelle cose non le ha fatte, o le ha fatte male, o ne ha fatte che non servivano, il sindaco dovrebbe non solo restituire gli stipendi percepiti ma dovrebbe pagare per i danni che ha arrecato alla comunità. Quindi non già un semplice zero a zero, palla al centro ma come un vero e proprio autogol.

Due sistemi politici ritenuti democratici
Spesso noi lodiamo due sistemi politici che la storia ci ha tramandato come più alte espressioni di potere del popolo, e cioè la democrazia greca e il comune medievale, e li portiamo a sostegno delle nostre tesi democratiche, ma ci dimentichiamo delle loro particolarità.
Nella democrazia greca, il potere decisionale era assembleare, e non era affatto esteso a tutti i cittadini, ma solo agli uomini liberi maschi (e non agli schiavi, che non erano considerati cittadini) e non tutti poiché tra questi venivano esclusi i nullatenenti (gli analfabeti non esistevano ancora in quella società in cui lo scrivere non era pratica corrente nemmeno tra i filosofi). E la ragione era semplice: chi non ha proprietà da amministrare non conosce le questioni che si dovranno trattare nell’assemblea per cui è necessario che se ne stiano a casa poiché potrebbero influenzare negativamente le decisioni dal momento che a loro non costa niente appoggiare una decisione oppure un’altra e quindi il loro voto potrebbe essere “comprato” facilmente da qualche membro dell’assemblea a sostegno dei propri interessi. Alla fine di questo processo di esclusione rimaneva nell’assemblea solo un 10% scarso dei membri della comunità (che non erano certo lavoratori) per decidere, tutto sommato, di poche e limitate questioni.
Nel comune medievale il potere decisionale avveniva in una assemblea simile a quella greca, ma venivano ammessi anche i titolari di bottega, e cioè gli artigiani, mentre ne erano ancora esclusi i commercianti, che all’epoca erano numericamente pochi, e genericamente mal visti dalla popolazione e dalle autorità. Per di più il podestà, equivalente al sindaco di oggi, veniva scelto tra persone di fiducia con una riconosciuta capacità amministrativa, al quale veniva chiesto di depositare una cauzione rilevante prima di assumere il mandato, al termine del quale, se le cose erano andate bene, gli veniva restituita raddoppiata, altrimenti la cauzione veniva trattenuta dalla comunità a titolo di rimborso dei danni, mentre se questi erano stati ingenti si arrivava perfino all’incarceramento o alla esecuzione capitale, e perfino al linciaggio da parte del popolo infuriato.
In sostanza, la democrazia greca era fondata sul fatto che i membri chiamati a decidere conoscessero i problemi da trattare, mentre nel comune medievale si introdusse un sistema di controllo dell’operato della più alta carica locale, permanendo in entrambi i sistemi una partecipazione limitata ad una piccola frazione della popolazione, cosa ancora in uso all’atto della fondazione della cosiddetta democrazia più grande del mondo, cioè gli Stadi Uniti d’America, dove un pugno di avvocati decise per qualche decina di milioni di abitanti.

Oggi
La democrazia greca fiorì nel IV secolo avanti Cristo e il comune medievale nel XIII secolo, mentre oggi, a distanza di 700 anni, la situazione è cambiata e, tuttavia, si pretende di richiamarsi ad essi.
Oggi, infatti, la partecipazione al voto è stata estesa a tutti i cittadini maggiorenni, e la fiducia dei cittadini viene data non su una reale competenza negli argomenti proposti dal programma elettorale del sindaco, poiché almeno i due terzi dei cittadini sono intenti nella loro vita ad occuparsi di altro, come il produrre un reddito, allevare i figli, e altre incombenze quotidiane, e a questi non si può imputare la mancanza di partecipazione. Se già Platone lamentava l’annacquamento del contenuto delle decisioni, definendo la democrazia “il potere dei peggiori”, oggi, con l’estensione del voto la cosa è peggiorata molto. Per il controllo sull’operato del sindaco, certo, non è il caso di applicare i metodi estremi della società comunale, ma qualcosa di simile dovrebbe studiarsi.

Ad esempio, perché il sindaco non è chiamato a rifondere i danni causati dal suo operato, in analogia a quanto viene chiesto ai professionisti che sono tenuti a stipulare una polizza di assicurazione che copra i danni arrecati al cliente in caso di cattiva prestazione professionale?
E’ anche vero che oggi non c’è solo l’opposizione politica (quando c’è, e quando non si inventano “inciuci” o “larghe intese”) a controllare l’operato degli eletti, ma ci sono pure i gionali, le associazioni di cittadini e i comitati spontanei, ma la fatica che fanno questi generalmente si rivela assai vana proprio in mancanza di un “codice etico” di comportamento condiviso e concordato in anticipo e, se possibile, tradotto in norme di legge, mediante il quale la partecipazione possa essere effettiva e non fittizia come oggi.
E qui si apre un discorso tutto incentrato sulla autoreferenzialità della politica rispetto alle forze sociali che sarebbe lungo sintetizzare in poche righe.

Rimane, tuttavia, la considerazione che la democrazia, intesa come sistema di potere, non è riuscita (come pure osservava il sociologo Max Weber un secolo fa), nonostante oltre due secoli di rodaggio fino ad oggi, e cioè dal tempo della rivoluzione francese, a mantenere le promesse essenziali cui tutti i candidati ad una qualsiasi carica di governo si rifanno, ovvero l’uguaglianza, le pari opportunità di miglioramento di vita, la riduzione della povertà e via di seguito.

La posizione della Chiesa sulla povertà


Divieto di sosta !!! Circolare, circolare ...